SECONDA DOMENICA DOPO NATALE


Vangelo Commentato da Padre Salvatore Garofalo

SECONDA DOMENICA DOPO NATALE

Vangelo di Giovanni 1, 1-18

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.
A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me».
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.
Perchè la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rilevato.

Il prologo del quarto vangelo è come una sinfonia del mistero totale di Cristo, una pagina talmente sublime e pregnante da scoraggiare chiunque tenti di sondarne le profondità, ma talmente necessaria da costituire il più saldo ancoraggio della fede. Alcuni esegeti moderni ritengono che la pagina giovannea incorpori un precedente inno liturgico in uso forse nella comunità cristiana efesina, ma anche se la ipotesi non s’impone, è certo che il prologo, nelle sue movenze ritmiche e con la densità della sua dottrina, esprime, anzi canta, la pura ed esaltante fede delle origini cristiane.

Il quarto vangelo, secondo l’antica tradizione storica della Chiesa, è l’ultimo scritto ispirato e il prologo che lo incorona è l’ultima voce del discepolo prediletto di Cristo e della rivelazione di cui egli è testimone e araldo: una degnissima conclusione del Libro di Dio.

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L’aspetto più originale del brano, che anticipa i principali temi del quarto vangelo, è l’uso del termine greco Lògos per indicare Cristo e il cui significato non è esaurito dal latino Verbum, riprodotto dall’italiano Verbo nel senso di Parola. La nozione fondamentale di Lògos è la manifestazione di un’idea, la rivelazione di qualcosa, parola in quanto esprime un pensiero. Alle origini dell’uso giovanneo del termine Lògos — Cristo non si attribuisce mai questo titolo né Giovanni glielo pone sulle labbra — non è la filosofia greca, nella quale il termine era allora comune, ma la dottrina dell’Antico Testamento sulla Parola di Dio che diede origine a tutte le cose (cf. Gn 1, 3; Sal 33, 6 ecc.), sulla Sapienza divina intervenuta nella creazione e nella storia e di cui i testi sacri parlano in maniera da raggiungere i limiti della personificazione (Prv 8, 22-36; Sir 24: I lettura). La manifestazione suprema e definitiva di Dio all’umanità (Eb 1, 1ss.; 1 Gv 1, 2) è l’incarnazione di suo figlio Creatore in quanto Dio, rivelatore e redentore in quanto Dio-uomo, perciò il Figlio non poteva meglio essere definito che Parola di Dio. Paolo, sempre nel solco della rivelazione anticotestamentaria, preferirà dirlo Sapienza del Padre (1 Cor 1, 24) e Immagine di Dio invisibile (Col 1, 15 s.).

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Come a chiudere l’arco dell’intera rivelazione, Giovanni comincia con un riferimento al «principio» dell’esistenza di tutte le cose, per affermare che allora il Verbo «era» già in possesso di una esistenza eterna ed era «presso» Dio, distinto quindi dal Padre, ma in perfetta comunione di vita con Lui (Gv 5, 17-30). Tutto e tutti devono la vita al Verbo creatore e da lui dipendono in tutto; egli era e resta la fonte della vita e della luce, cioè di tutto ciò che fa piena la vita fisica e spirituale dell’uomo nella prospettiva del suo superiore destino. Ma il Verbo splende nel mondo che è tenebra, che non ha occhi per la sua luce o — secondo un altro significato del verbo greco tradotto «accogliere» — tenta addirittura di sopraffarla.

La menzione del Battista (vv. 6-8) – chiamato nel quarto vangelo sempre e soltanto Giovanni per l’impossibilità di confonderlo con l’omonimo apostolo che non si nomina mai nel suo libretto – introduce il discorso sul Verbo che si inserisce apertamente nella nostra storia, nella pienezza dei tempi. Con una intonazione polemica nei riguardi di coloro, i quali, affascinati dalla personalità del Battista, si erano fermati a lui anche dopo Gesù (At 18, 25; 19, 1 ss.), l’evangelista dà al Precursore il suo esatto rilievo come testimone valido e permanente della Luce per condurre tutti alla fede in Colui che è la luce «vera», cioè totale, perfetta, universale.

Come la presenza del Verbo nell’opera della creazione era stata incompresa (cf. Rm 1, 19-23), così la sua presenza nel mondo dell’uomo. Già nella storia antica della salvezza le manifestazioni divine mediante la Legge data a Mosè e le parole dei profeti avevano incontrato una resistenza caparbia e non altrimenti accade quando gli uomini vengono in contatto con il Verbo incarnato; si direbbe che l’umanità sia sempre restìa a riconoscere le reiterate offerte di Dio: un mistero opaco che s’erge di fronte al mistero di tutta la luce, un tentativo di suicidio spirituale, che si oppone a una proposta di vita pienissima. II Verbo incarnato è latore e protagonista di una offerta suprema e definitiva: il potere dato agli uomini di diventare figli di Dio mediante una nascita nuova, opera dello Spirito e umanamente inaccessibile e incomprensibile (Gv 3, 6 ss.), quindi non dovuta a fattori naturali, indicati alla maniera ebraica dal sangue, dalla concupiscenza sessuale e dalla volontà dell’uomo.

Fin dal II secolo è nota una variante di lettura che, nel v. 13, invece del plurale «i quali non da sangue ..» inteso degli uomini, ha il singolare «il quale … da Dio è stato generato», inteso sia della filiazione eterna del Verbo, sia della sua concezione verginale da Maria (come in Mt. 1, 18-25; Lc 1, 35) e in tal caso, si ottiene l’idea che poiché Gesù è l’Unigenito del Padre (v. 18), è in grado di dare agli uomini il potere di diventare figli di Dio. La tradizione testuale greca e le ragioni esegetiche stanno però, nettamente, per il plurale.

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Siamo così giunti al punto culminante del prologo, là dove, dopo aver contemplato il Verbo negli splendori dell’eternità, Giovanni, con un audace accostamento di termini, lo vede fatto «carne», cioè uomo debole e mortale: un avvenimento storico sconvolgente, l’evento centrale della storia del mondo nel segno della salvezza. «Senza cessare di essere quello che era prima» (S. Girolamo), il Verbo assume l’umiltà e la fragilità della natura umana, il modo tipico e drammatico di essere uomo. Egli viene ad «abitare» tra noi, ma il verbo greco tradotto «abitare» significa, letteralmente, «porre la tenda», con allusione alla presenza del Signore e alla manifestazione della sua gloria ai tempi dell’Antico Testamento in mezzo al popolo dell’Alleanza, nella tenda cultuale di Mosè e nel tempio di Gerusalemme (Es 40, 34; 1 Re 8,11), dove avveniva l’incontro del credente con Dio.

La «gloria» era la manifestazione visibile della presenza e del potere divini, che nella vita di Gesù si avverte nelle sue opere (Gv 2, 11) e nella progressiva conoscenza del suo mistero divino e umano. La gloria del Verbo fatto carne è quella che compete all’Unigenito del Padre — titolo caratteristicamente giovanneo alla sua pienezza «di grazia e di verità». Questo binomio indicava nell’Antico Testamento l’amore misericordioso di Dio che, fedele all’Alleanza (Es 34, 6), elargiva i suoi doni; ma nel contesto del Nuovo Testamento, può indicare l’émpito dei doni divini portati da Cristo nel mondo: la luce completa della rivelazione e la sovrabbondanza di vita (Gv 10, 10).

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Riprendendo il tema della testimonianza del Battista, il quale ha proclamato — «grida» sta per una dichiarazione solenne, esplicita e consapevole — l’origine e la missione divina dell’uomo Gesù, l’evangelista si avvia alla fine della sua stupenda pagina affermando che la pienezza del Verbo incarnato diventa pienezza dell’uomo, perché da quella noi tutti abbiamo ricevuto: «e grazia su grazia». Questa espressione sembra indicare appunto una sterminata ricchezza di doni divini, corrispondente alla pienezza di Cristo: è tutta la novità del vangelo nei confronti dell’antica economia della salvezza rappresentata dalla Legge data a Mosè e superata dalla realtà della grazia colma venuta con Gesù.

L’Unigenito del Padre, scendendo dal cielo sulla terra e facendosi uomo tra gli uomini, ha potuto per esperienza propria rivelare agli uomini le cose di Dio: una rivelazione assolutamente unica, che esclude la perfezione di qualsiasi altra conoscenza ed esperienza di Dio acquisita dall’uomo con le sue sole risorse. Soltanto chi vede Cristo vede Dio e chi lo sceglie come via raggiunge il Padre (Gv 14, 8-9); soltanto chi, vedendo, contemplando, toccando con mano il Cristo della storia lo riconosce «Verbo della vita» e lo accoglie con fede nella propria vita è introdotto in una misteriosa e reale comunione con Dio (1 Gv 1, 1-3). E soltanto chi dimostra nel travaglio di ogni giorno la gioia, la gloria e l’efficacia trasformante della sua filiazione divina dà al mistero dell’amore di Dio una testimonianza sincera, che costringerà il mondo indifferente e ostile a riflettere.