QUINDICESIMA DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO A
11 Luglio 2026 / by Padre Angelico / Commenti al vangelo / discepoli, folla, frutto, gesu, il-ritorno-di-gesù, le-due-venute-di-gesù, padre-angelico-maria-moccia, padri-della-chiesa, parabole, parola, seminatore
Vangelo commentato dai padri
QUINDICESIMA DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO A
Vangelo di Matteo 13, 1-23
Quel giorno Gesù usci di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca: si pose a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava, una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi, intenda».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?».
Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono e pur udendo non odono e non comprendono. E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: “Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani”. Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!
Voi dunque intendete la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».
VERSETTI 1-9
In quel giorno uscendo Gesù dalla casa sedeva presso il mare. E si radunò attorno a lui molta folla, così che salì sulla barca e sedette, e tutta la folla stava sulla riva. E parlò loro di molte cose in parabole, dicendo: Ecco, il seminatore uscì a seminare, e mentre seminava alcuni semi caddero lungo la via, e vennero gli uccelli del cielo e li mangiarono; altri caddero su un terreno sassoso, ove non avevano molta terra, e subito crebbero, poiché non avevano una terra profonda; ma sorto il sole restarono bruciati, e poiché non avevano radici, si seccarono; altri caddero fra le spine, e le spine crebbero e li soffocarono; altri caddero sulla terra buona, e davano frutto, altri il cento, altri il sessanta, altri il trenta. Chi ha orecchi per intendere intenda.
CRISOSTOMO: Dopo avere rimproverato colui che gli aveva annunziato la presenza della madre e dei fratelli, fece ciò che essi desideravano, cioè uscì dalla casa sanando in primo luogo i suoi fratelli dall’infermità della vanagloria, e dando in secondo luogo l’onore che si deve a una madre. Per cui si dice: In quel giorno uscendo Gesù dalla casa, sedeva presso il mare.
AGOSTINO: La parola: in quel giorno indica sufficientemente che egli uscì immediatamente dopo ciò che precede, o poco tempo dopo, a meno che l’espressione non venga presa, come talvolta fa la Scrittura, come tempo indefinito.
RABANO: Non solo le parole e le azioni del Signore, ma anche le strade e i luoghi che percorse sono pieni di insegnamenti divini. Poiché dopo il discorso che fece nella casa dove venne pronunciata l’orribile bestemmia secondo cui aveva un demonio, uscì da lì e insegnò sulle rive del mare per manifestare che, abbandonando la Giudea a causa della sua perfidia, sarebbe passato ad altre nazioni per salvarle. Infatti i cuori dei Gentili, per molto tempo superbi e increduli, assomigliano alle superbe e amare onde del mare; chi ignora che la casa del Signore era la Giudea, consacrata a lui per mezzo della fede?
GIROLAMO: Non bisogna dimenticare che il popolo non poteva entrare nella casa di Gesù, né stare dove gli Apostoli udivano i misteri; per questo il Signore misericordioso esce dalla sua casa e si siede sulla riva del mare di questo mondo, in modo che lo possano attorniare le numerose folle potendo udire sulla riva ciò che non riuscivano ad ascoltare all’interno della casa. Per questo segue: E si radunò attorno a lui molta folla, così che salì sulla barca e sedette, e tutta la folla stava sulla riva.
CRISOSTOMO: L’Evangelista non espresse tutto ciò senza un’intenzione, poiché volle farci vedere, descrivendoci con tanta diligenza questo spettacolo, che il piano del Signore era di non lasciare nessuno dietro di sé, ma di tenerli tutti davanti ai propri occhi.
ILARIO: La ragione per cui il Signore si sia seduto su una barca e le folle siano rimaste fuori si deduce da quanto segue, poiché stava per parlare loro con parabole, e nello stesso modo di operare fa capire che quelli che stanno fuori della Chiesa non possono comprendere fino in fondo la parola divina. La barca rappresenta la Chiesa, nella quale la parola di vita è depositata e predicata; e quelli che sono fuori e sono simili all’arena sterile non sono in disposizione di comprendere.
GIROLAMO: Gesù è in mezzo alle onde che da ogni parte si infrangono sulla barca, però egli, tranquillo nella sua maestà, avvicina la barca alla terra, in modo che il popolo non avendo ciò di cui temere, né vedendosi attorniato da tentazioni che non potrebbe vincere, stia quieto sulla riva e ascolti le sue parole.
RABANO: Oppure il fatto che salendo sulla barca sedeva nel mare significa che Cristo, mediante la fede, stava per salire nelle menti dei Gentili e radunare la Chiesa nel mare, cioè nel mezzo delle nazioni contraddicenti. La folla invece che era sulla riva, e che non stava né nella barca né nel mare, è figura di quanti ricevono la parola di Dio e sono separati a causa della fede dal mare, cioè dai reprobi, però non sono ancora penetrati nei misteri celesti. Segue: E parlò loro di molte cose in parabole.
CRISOSTOMO: Sebbene sulla montagna non abbia fatto così: infatti non tenne il suo discorso in parabole. Allora infatti le folle erano sole, e il popolo ignorante: qui invece c’erano gli Scribi e i Farisei. Ma parlò in parabole non solo per questa ragione, bensì anche per dare più chiarezza alle sue parole, affinché si incidessero più profondamente nella loro memoria e le avessero sempre davanti alla vista.
GIROLAMO: È da notare che non tutte, ma molte cose disse loro in parabole, perché, se avesse detto tutto in parabole, il popolo si sarebbe ritirato senza trarre nessun frutto. Mescola le cose che sono molto chiare con quelle oscure, affinché vengano a conoscenza, attraverso le cose che intendono, delle cose che non capiscono. Il popolo inoltre non aveva un solo modo di vedere le cose, ma ognuno le vedeva a modo suo: per questo le dice con molte parabole, in modo che tutti ricevano diversi insegnamenti secondo i loro diversi sentimenti.
CRISOSTOMO: Pone come prima parabola quella che nell’uditorio doveva attirare maggiore attenzione; e poiché Egli doveva parlare per figura, eccita l’attenzione di quelli che lo ascoltavano con la prima parabola in questi termini: Ecco, il seminatore usci a seminare il suo seme.
GIROLAMO: Questo seminatore è il Figlio di Dio, che è venuto a seminare tra i popoli la parola del Padre suo.
CRISOSTOMO: Da dove e come uscì colui che è presente da tutte le parti? Non uscì da nessun luogo, però per l’incarnazione si avvicina a noi rivestendosi di carne; ed è venuto a noi poiché noi non potevamo andare a lui, dato che ce lo impedivano i nostri peccati.
RABANO: Oppure, uscì quando, dopo aver abbandonato la Giudea, passò ad altre nazioni.
GIROLAMO: Oppure stava dentro quando dimorava nella casa, parlando con i suoi discepoli dei misteri, e uscì dalla sua casa per seminare la sua semente in mezzo alle folle.
CRISOSTOMO: Quando udite le parole: il seminatore uscì a seminare, non crediate che ci sia identità fra le parole di questa frase. Infatti il seminatore esce molte volte per cose differenti, come ad esempio per arare la terra, strappare le erbe cattive, togliere le spine, o per qualsiasi altra operazione; questo invece uscì solo per seminare. E quale fu il risultato della semina? Si persero tre parti e una sola si salvò, e ciò non secondo uguaglianza, ma con una certa differenza. Per questo l’Evangelista continua: e mentre seminava, alcuni semi caddero lungo la via.
GIROLAMO: Valentino si basa su questa parabola per fondare il suo errore sopra le tre nature, spirituale, naturale o animale, e terrena; mentre qui si parla di quattro nature, una secondo la strada, l’altra pietrosa, la terza piena di spine e la quarta terra buona.
CRISOSTOMO: Però che ragione avrà per seminare tra le spine, e sopra le pietre, e nella strada? Ciò non avrebbe ragione di essere se intendiamo la semente e la terra in senso materiale: infatti la pietra non ha il potere di diventare terra, e la strada di non essere strada, e la spina di non essere spina. Però ciò ha una lodevole applicazione nelle anime e negli insegnamenti: è infatti possibile che la pietra diventi una terra fertile, e la strada non continui più a essere un posto calpestato, e le spine vengano distrutte. Il seminatore non è colpevole se si perde la maggior parte della semente, ma lo è la terra che la riceve, ossia l’anima. Infatti il seminatore, nel compiere la sua missione, non distingue il ricco e il povero, il saggio e l’ignorante, ma parla indifferentemente a tutti, nella previsione, senza dubbio, di ciò che doveva risultare, e in questo modo può dire (Is 5, 4): «Che cosa potevo fare io che non ho fatto?». Per questo non dice manifestamente che i pigri ricevettero una tale parte di semente e la lasciarono perire, i ricchi ne ricevettero un’altra parte e la soffocarono, i voluttuosi ne ricevettero un’altra parte e la perdettero, poiché egli non volle toccare qualcuno in particolare con energia e ingenerare sconforto. Attraverso questa parabola il Signore insegna anche ai suoi discepoli che non devono abbandonare la loro missione per il fatto che c’è fra coloro che odono qualcuno che perisce, poiché il Signore, che ha previsto tutto, non ha lasciato per questo motivo di seminare.
GIROLAMO: Osserva che questa è la prima parabola, e che essa è posta con la sua spiegazione; e bisogna stare attenti a dare ai discorsi del Signore, spiegati da lui stesso, un’altra spiegazione, e aggiungere o togliere qualcosa che il Signore ha esposto.
RABANO: Dobbiamo tuttavia esaminare brevemente ciò che il Signore lasciò alla nostra comprensione. Il cammino è l’anima piena di zelo, calpestata e disseccata dalla paura dei cattivi pensieri; la pietra, la durezza dell’anima proterva; la terra, la facilità dell’anima obbediente; il sole, l’ardore della persecuzione che si accanisce; la profondità della terra è la bontà dell’anima formata secondo gli insegnamenti divini. Già abbiamo detto che le stesse cose non sempre hanno lo stesso significato nell’interpretazione allegorica.
GIROLAMO: Siamo invitati a cercare di comprendere ciò che viene detto ogni volta che veniamo ammoniti, con le parole: Chi ha orecchi per intendere intenda.
REMIGIO [RABANO]: Le orecchie per ascoltare sono le orecchie dell’anima che devono servire per comprendere e praticare i comandamenti di Dio.
VERSETTI 10-17
E avvicinandosi i discepoli gli dissero: Perché parli a loro in parabole? Rispondendo disse loro: Perché a voi è dato di conoscere il mistero del regno dei cieli, mentre a loro non è dato. A chi infatti ha, sarà dato, e abbonderà; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha: per questo parlo loro in parabole, poiché vedendo non vedono, e udendo non odono né intendono, e si compie in essi la profezia di Isaia che dice: «Udrete con i vostri orecchi e non intenderete, e vedendo vedrete e non vedrete; infatti il cuore di questo popolo si è indurito; sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso i loro occhi così che qualche volta non vedano con gli occhi e non odano con gli orecchi, e non intendano con il cuore e non si convertano, e io li risani». Ma beati i vostri occhi perché vedono, e i vostri orecchi perché odono; in verità vi dico che molti profeti e giusti hanno desiderato di vedere ciò che voi vedete e non lo videro, e udire ciò che voi udite e non lo udirono.
GLOSSA [ANSELMO]: I discepoli, comprendendo che erano oscure le cose che il Signore diceva al popolo, vollero impedirgli di parlare in parabole; per questo si dice: E avvicinandosi i discepoli gli dissero: Perché parli a loro in parabole?.
CRISOSTOMO: Sono degni di ammirazione i discepoli, che avendo desiderio di sapere sanno quando conviene interrogare il Signore, poiché non lo interrogano davanti a tutti, e questo è ciò che ci manifesta san Matteo quando dice: E avvicinandosi; san Marco poi esprime più chiaramente questa riserva dicendo che gli si avvicinarono in privato.
GIROLAMO: Dobbiamo però chiederci come gli si avvicinarono, visto e considerato che Gesù era nella barca. A meno forse che non si intenda che, stando essi stessi nella barca con il Signore, gli fecero lì la domanda sopra la spiegazione della parabola.
REMIGIO: L’Evangelista dice dunque avvicinandosi per mostrare che effettivamente lo interrogarono, o poterono avvicinarsi a lui benché ci fosse un piccolo spazio che li separava.
CRISOSTOMO: Bisogna considerare poi la rettitudine dei loro cuori, e come fossero preoccupati del bene di coloro che li attorniavano, così che il loro primo pensiero fu per gli altri prima che per sé stessi; infatti non dissero al Signore: parli a noi in parabole, ma parli a loro in parabole. Rispondendo disse loro: Perché a voi è dato di conoscere il mistero del regno dei cieli.
REMIGIO: A voi, dico, cioè che aderite a me e credete in me. Chiama poi mistero del regno dei cieli l’insegnamento evangelico. Mentre a loro, cioè a quelli che sono fuori e non vogliono credere in lui, ossia gli Scribi e i Farisei e gli altri che perseverano nell’incredulità, non è dato. Accostiamoci dunque al Signore assieme ai discepoli con cuore puro, affinché si degni di interpretarci l’insegnamento evangelico secondo le parole (Dt 33, 3): «Quelli che si avvicinano ai suoi piedi riceveranno il suo insegnamento».
CRISOSTOMO: Ha detto però questo non per esprimere una necessità o una fatalità, ma per mostrare che quelli stessi che non hanno ricevuto questo dono sono la causa di tutti i propri mali, e per farci vedere che è un dono di Dio e una grazia che viene dal cielo il conoscere i misteri divini. Non viene distrutto così il libero arbitrio, come si vede da ciò che si è detto e si dirà più avanti, poiché il Signore, al fine di non scoraggiare gli uni, né lasciare nel torpore quelli che hanno ricevuto questo dono, ci fa vedere che il principio di questi doni viene da noi; per questo aggiunge: A chi infatti ha, sarà dato, e abbonderà; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha; come se dicesse: a chi ha desiderio e zelo verrà dato tutto ciò che viene da Dio; al contrario, a colui che è privo di questo desiderio e non fa da parte sua ciò che si può fare per conseguirlo, non saranno dati i doni di Dio e sarà tolto ciò che ha, non essendo degno di possederlo. Dal che si deduce che se noi vedessimo che qualcuno ode con svogliatezza la parola di Dio e nonostante i nostri sforzi non potessimo persuaderlo a essere più attento, non avremmo altro rimedio che tacere, poiché se insistessimo aumenteremmo la sua svogliatezza. Invece colui che desidera apprendere lo attraiamo con facilità, e lo rendiamo capace di ricevere cose maggiori. E bene disse, secondo un altro Evangelista, che sembra avere, poiché effettivamente non ha nemmeno ciò che ha.
REMIGIO: E colui che ha il desiderio di leggere riceverà la facoltà di capire, e a colui che non ha il desiderio di leggere saranno tolti i doni che ricevette dalla natura. Oppure, a colui che ha la carità saranno date le altre virtù e a colui che non l’ha saranno tolte, poiché senza la carità non ci può essere nessun bene.
GIROLAMO: O anche agli Apostoli che credettero in Cristo fu dato ciò che loro mancava in virtù, e ai Giudei che non credettero nel Figlio di Dio furono tolti anche i beni naturali che possedevano: essi infatti non possono comprendere niente con sapienza, poiché mancano del principio della sapienza.
ILARIO: I Giudei, che non hanno la fede, perdettero persino la legge che avevano ricevuto; per questo la fede nel Vangelo ha la pienezza dei doni: poiché, una volta ricevuta, ci arricchisce con nuovi frutti, ma se la si respinge, ci toglie i doni che abbiamo avuto nel primo stato di natura.
CRISOSTOMO: Affinché ciò che aveva detto divenisse più manifesto, aggiunge: per questo parlo loro in parabole, poiché vedendo non vedono, e udendo non odono né intendono. Se essi non potessero aprire gli occhi, questa cecità sarebbe naturale, però, visto che è volontaria, per questo non disse: non vedono, ma: vedendo non vedono. Essi effettivamente videro scacciare i demoni e dissero (Mt 12, 24): «Scaccia i demoni in nome di Beelzebul». Udivano che attraeva tutti a Dio e dicono (Gv 9, 16): «Quest’uomo non è da Dio». Poiché dunque enunziavano cose contrarie a quelle che vedevano e udivano, per questo viene loro tolto lo stesso vedere e udire, e da ciò non traggono alcuna utilità, ma precipitano in una condanna maggiore; per cui da principio non parlava loro in senso parabolico, ma con molta certezza. E se ora parla in parabole, è perché pervertono ciò che hanno visto e udito.
REMIGIO [BEDA]: E bisogna notare che non soltanto ciò che diceva, ma anche ciò che faceva era una parabola, cioè un segno delle realtà spirituali; il che mostra chiaramente quando dice: affinché vedendo non vedano: infatti non potevano vedere le parole, ma solo udirle.
GIROLAMO: Dice queste cose di coloro che stanno sulla spiaggia, e sono divisi da Gesù, e per il rumoreggiare dei flutti non odono chiaramente ciò che viene detto.
CRISOSTOMO: Poi, affinché non dicessero che ci calunnia come nostro nemico, cita il Profeta che ha la stessa opinione; per cui segue: affinché si adempia in essi la profezia di Isaia che dice: «Udrete con i vostri orecchi e non intenderete, e vedendo vedrete e non vedrete, cioè: udrete con i vostri orecchi» le parole, ma non intenderete i misteri delle parole; vedrete con i vostri occhi, cioè la carne, e non vedrete, cioè non intenderete la divinità.
CRISOSTOMO: Ora, dice questo poiché, tolta ai Giudei che avevano chiusi gli occhi e gli orecchi e ingrossato il cuore la facoltà di udire e di vedere, non solo non udivano, ma udivano male; per questo continua: il cuore di questo popolo si è indurito; sono diventati duri di orecchi.
RABANO: Infatti il cuore dei Giudei si indurì per la durezza della malizia, e per l’abbondanza dei peccati compresero male le parole del Signore, poiché le ricevevano con ingratitudine.
GIROLAMO: Ma affinché non pensiamo che l’indurimento del cuore e la durezza degli orecchi provenisse dalla natura, non dalla volontà, aggiunge la colpa dell’arbitrio, e dice: e hanno chiuso i loro occhi.
CRISOSTOMO: Con ciò mostra l’intensità della loro malvagità, e il deliberato rifiuto. Ma per attrarli aggiunge: e si convertano, e io li risani. Con la qual cosa dimostra che, se si convertono, saranno risanati; e come quando uno dice: se me lo avessero chiesto, subito l’avrei dato, mostra in che modo uno potrebbe riconciliarsi con lui, così anche qui, quando dice: e qualche volta non si convertano e io li risani, dimostra che è possibile convertirsi e che coloro che si pentono si possono salvare.
AGOSTINO: Oppure diversamente. Chiusero i loro occhi per non vedere qualche volta con essi, cioè essi stessi diedero motivo perché Dio chiudesse loro gli occhi, e un altro Evangelista (Gv 12, 40) dice: «Accecò i loro occhi». Ma è perché non vedessero mai, o affinché in questo modo giungessero a vedere qualche volta, quando, disgustandosi con sé stessi e dolendosi della propria cecità, si umiliassero e decidessero di confessare i loro peccati cercando Dio con pentimento? Poiché così si esprime san Marco (4, 12): «Affinché qualche volta non si convertano e vengano rimessi i loro peccati». Da cui risulta che meritarono per i loro peccati di non intendere. Però questa stessa cosa successe loro per la misericordia di Dio, affinché conoscessero i loro peccati, e convertiti meritassero il perdono. Tuttavia san Giovanni (12, 39-40) riferisce questo passo in questi termini: «Per questo non potevano credere, perché Isaia disse: Accecò i loro occhi e indurì il loro cuore affinché non vedano con i loro occhi e non comprendano con il loro cuore, e si convertano e io li risani». Questo testo pare opporsi all’interpretazione anteriore e obbligarci a intendere le parole: così che qualche volta non vedano con gli occhi, non nel senso che in questo modo giungano a vedere qualche volta, ma affinché non vedano. Infatti dice apertamente: «affinché non vedano con gli occhi». E ciò che dice, «per questo non potevano credere», mostra sufficientemente che non rimasero ciechi in modo che, commossi da ciò e dolendosi della loro incapacità di comprendere, in qualche occasione si convertissero attraverso la penitenza, cosa che non potevano fare se non precedeva la fede, in modo che con la fede potessero essere convertiti, con la conversione salvati, e con la salvezza resi capaci di comprendere. Invece l’Evangelista ci manifesta che rimasero ciechi affinché non credessero, poiché dice molto chiaramente: «Per questo non potevano credere». Ma se le cose stanno così, non si levi qualcuno a difesa dei Giudei e dica a voce alta che erano esenti da colpa non avendo creduto. Infatti «non potevano credere poiché i loro occhi erano accecati». Però, essendo impossibile che Dio sia colpevole, siamo costretti a riconoscere che meritarono per certi peccati anteriori di essere accecati, così che rimasero incapaci di credere, poiché le parole di san Giovanni sono queste: «Non potevano credere poiché anche Isaia disse: Accecò i loro occhi». Invano tentiamo di comprendere che rimasero ciechi perché si convertissero, dato che senza la fede era impossibile la loro conversione, e non potevano avere fede poiché erano ciechi. Ma forse non è assurdo dire che ci furono alcuni Giudei che potevano essere sanati, tuttavia erano in così grande pericolo per la loro smisurata superbia che non convenne loro credere per primi, e così rimasero ciechi in modo da non comprendere le parole del Signore, e non comprendendole non credessero in lui; e non credendo in lui lo crocifiggessero in unione con gli altri disperati; e così si convertissero dopo la sua risurrezione, quando, umiliati completamente per la colpa che avevano nella morte del Signore, amassero di più colui che aveva loro perdonato un tale enorme crimine. Era così grande la loro superbia che bisognava abbatterla con questa umiliazione. Questa interpretazione può sembrare violenta a chi non ha letto gli Atti degli Apostoli (2, 37-41), nei quali si dice che successe così. Di conseguenza il testo di san Giovanni: «Non potevano credere poiché accecò i loro occhi affinché non vedessero» non si oppone alla nostra spiegazione, secondo la quale comprendiamo che rimasero ciechi affinché si convertissero. Cioè rimasero ciechi per le verità del Signore occulte nelle sue parabole, in modo da ricuperare la luce dopo la risurrezione mediante una penitenza più salutare. Poiché, essendo accecati per l’oscurità del discorso del Signore, non compresero le sue parabole, e non comprendendole non credettero in lui; non credendo in lui lo crocifissero; però, dopo la risurrezione, stupefatti dai miracoli che si facevano in suo nome, si pentirono alla vista del loro grande crimine, e abbattuti fecero penitenza. In seguito, dopo aver accettato il perdono, si convertirono all’obbedienza con amore intensissimo; però per alcuni di essi quella cecità non servì affinché si convertissero.
REMIGIO: E così questa sentenza può essere intesa in modo che sempre sia sottinteso «non»; in questo modo: così che non vedano con gli occhi, e non odano con gli orecchi, e non intendano con il cuore, e non si convertano e io li risani.
GLOSSA [ANSELMO]: Così dunque gli occhi di coloro che vedono e non vogliono credere sono miseri; i vostri invece beati; per cui segue: Ma beati i vostri occhi perché vedono, e le vostre orecchie perché odono.
GIROLAMO: Ora, se sopra (13, 9) non avessimo letto che gli uditori erano stati stimolati a capire con le parole del Salvatore: «Chi ha orecchi per intendere intenda», penseremmo che gli occhi e le orecchie che ricevono la beatitudine vadano intesi in senso corporale. Però mi sembra che gli occhi beati siano quelli che possono conoscere i misteri di Cristo, e fortunate le orecchie di cui dice Isaia (50, 5): “Il Signore mi ha dato l’orecchio”»,
GLOSSA: L’occhio è l’anima capace per sua natura di intendere ciò a cui si dirige, e l’orecchio l’anima che apprende perché un altro la istruisce.
ILARIO: Oppure insegna la beatitudine del tempo degli Apostoli, i cui occhi e orecchi ebbero la felicità di comprendere la salvezza di Dio, cosa che i Profeti e i giusti desideravano vedere e comprendere, e che era riservata per la pienezza dei tempi. Per questo continua: in verità vi dico che molti profeti e giusti hanno desiderato di vedere ciò che voi vedete e non lo videro, e udire ciò che voi udite e non lo udirono.
GIROLAMO: Ma sembra che a questo passo si opponga ciò che è detto altrove (Gv 8, 56): «Abramo desiderò di vedere il mio giorno; lo vide e ne gioì».
RABANO: Anche Isaia e Michea e molti altri Profeti videro la gloria del Signore, e per questo furono detti anche veggenti.
GIROLAMO: Però non ha detto: i Profeti e i giusti, ma «molti»: ora fra i molti ci possono essere quelli che hanno visto e quelli che non hanno visto, sebbene anche in ciò sia pericolosa l’interpretazione, sembrando che noi stabiliamo fra i santi differenti gradi di merito, cioè quanto alla fede in Cristo. Abramo dunque vide in figura, in enigma, mentre voi avete e possedete il vostro Signore nelle cose presenti, chiedete quanto desiderate e mangiate con lui.
CRISOSTOMO: Le cose che gli Apostoli videro e udirono furono la sua presenza, i suoi miracoli, la sua voce, il suo insegnamento. In ciò li preferisce non solo ai cattivi, ma anche a quelli che furono buoni, poiché dice che furono più fortunati che i giusti dell’antichità, dato che vedono non solo quello che non vedono i Giudei, ma quello che i Profeti e i giusti desiderarono vedere e non videro; poiché quelli con la mente contemplarono Cristo nella fede, e questi lo videro con gli occhi e con più chiarezza. Vedi qui dunque come l’Antico Testamento si unisce al Nuovo; poiché se i Profeti fossero stati servitori di un Dio estraneo o contrario a Cristo, mai avrebbero desiderato vederlo.
VERSETTI 18-23
Ascoltate dunque la parabola del seminatore. Chiunque ode la parola del regno e non intende, viene il maligno e rapisce ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello invece che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ode la parola e subito l’accoglie con gioia; ma non ha in sé radice ed è incostante, così che appena giunge una persecuzione o tribolazione a causa della parola egli subito ne resta scandalizzato. Quello che è seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno delle ricchezze soffocano la parola ed essa non dà frutto. Quello invece che è stato seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende, e produce frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta.
GLOSSA [ANSELMO]: Prima aveva detto che ai Giudei non fu dato di conoscere il regno di Dio, ma agli Apostoli, e così conclude dicendo: Ascoltate dunque la parabola del seminatore, voi, cioè coloro ai quali vengono affidati i misteri del cielo.
AGOSTINO: Ciò che l’Evangelista ha narrato avvenne, cioè il Signore disse tali cose; ma la stessa narrazione del Signore fu una parabola, e non è assolutamente necessario in questo genere di discorsi che i fatti che vengono riferiti siano presi alla lettera.
GLOSSA [ANSELMO]: Per cui, spiegando la parabola, aggiunge: Chiunque ode la parola del regno, cioè la mia predicazione che serve a raggiungere il regno dei cieli, e non intende. E non la intende nel senso che viene il maligno, cioè il diavolo, e rapisce ciò che è stato seminato nel suo cuore. Chiunque, dico, è tale, è colui in cui fu seminato lungo la strada. Bisogna però notare che la parola «seminare» viene presa in distinti significati. Si dice che una semente è seminata e che un campo è seminato: e qui troviamo entrambe le cose. Dove dice infatti: rapisce ciò che è stato seminato, bisogna riferirsi al seme; dove dice invece: fu seminato lungo la strada, ci si deve riferire non al seme, ma al luogo del seme, cioè all’uomo, che è come un campo seminato dal seme della parola divina.
REMIGIO: Con queste parole, poi, il Signore spiega che cos’è il seme, cioè la parola del regno, ossia l’insegnamento evangelico. Vi sono infatti alcuni che ricevono la parola di Dio senza alcuna devozione del cuore, e quindi il seme della parola di Dio che viene seminato nei loro cuori viene strappato dai demoni, come se fosse una semente seminata su un cammino battuto. Segue: Quello invece che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ode la parola, … Infatti il seme, cioè la parola di Dio, che viene seminato in un terreno sassoso, cioè in un cuore duro e indomito, non può portare frutto, poiché è grande la sua durezza e nullo il desiderio delle cose celesti; per cui per l’eccessiva durezza non ha in sé radice.
GIROLAMO: Considera poi l’espressione: subito ne resta scandalizzato; vi è infatti una grande distanza fra colui che dopo molte tribolazioni e pene è spinto a negare Cristo e colui che alla prima persecuzione subito si scandalizza e cade; e di ciò qui si parla. Segue: Quello che è seminato tra le spine. A me sembra che ciò che secondo la lettera viene detto ad Adamo (Gen 3, 17-19): «Mangerai il tuo pane tra le spine e i triboli», venga qui indicato misticamente, poiché chiunque si dà ai piaceri terreni e alle preoccupazioni di questo mondo, mangia il pane celeste e il cibo vero fra le spine.
RABANO: Giustamente poi sono chiamate spine, poiché feriscono la mente con la puntura dei loro pensieri, e quasi strangolando non permettono che nascano i frutti spirituali della virtù.
GIROLAMO: Ed elegantemente aggiunse: l’inganno delle ricchezze soffoca la parola: poiché le ricchezze sono lusinghiere, e promettono cose distinte da quelle che donano. Il loro possesso è passeggero, dato che vanno dall’una all’altra parte, e in modo instabile abbandonano quelli che le possiedono, o ristorano coloro che non le hanno. Per questo il Signore dice che è difficile per i ricchi entrare nel regno dei cieli, poiché le ricchezze soffocano la parola di Dio, e diminuiscono il vigore della virtù.
REMIGIO: E bisogna sapere che in queste tre classi di terra cattiva non sono compresi tutti quelli che possono udire la parola di Dio, e tuttavia non possono raggiungere la salvezza. Si eccettuano i Gentili, che non meritarono ancora di udire. Segue: Quello invece che è stato seminato nella terra buona. La terra buona è la coscienza fedele degli eletti, ossia la mente dei santi, che riceve la parola di Dio con gioia, desiderio e devozione del cuore, e la conserva virilmente fra le cose prospere e avverse, e le conduce al frutto; per cui segue: e produce frutto, ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta.
GIROLAMO: E bisogna notare che come nella terra cattiva ci furono tre diversità, cioè lungo la strada, nelle pietre, tra le spine, così nella terra buona c’è una triplice diversità, cioè del cento, del sessanta e del trenta. E in quella è in questa non muta la sostanza, ma la volontà, e quelli che ricevono il seme sono i cuori tanto dei non credenti che dei credenti; per cui all’inizio ha detto: viene il maligno, e rapisce ciò che è stato seminato nel suo cuore; e in secondo e terzo luogo dice: questo è colui che ode la parola. E anche nella spiegazione della terra buona: questo è colui che ascolta la parola. In primo luogo dunque dobbiamo udire, poi comprendere, e dopo la comprensione rendere i frutti dell’insegnamento, e dare frutto o secondo il cento, o secondo il sessanta, o secondo il trenta.
AGOSTINO: Alcuni pensano che bisogna intendere questo passo nel senso che i santi, secondo i loro meriti, liberano alcuni cento anime, altri sessanta, altri trenta, e aggiungono che ciò si verificherà nel giorno del giudizio, ma non dopo il giudizio. Però uno, al vedere che molte persone abusavano di questa opinione, e si ripromettevano con ogni malizia una completa impunità, poiché in questo modo tutti potevano credere di essere liberi, risponde che piuttosto si deve vivere bene perché ognuno possa trovarsi tra quelli per la cui intercessione si liberano altri. E non succeda che siano tanto pochi che, attendendo ognuno al numero che gli è stato assegnato, rimanga che molti restino senza essere liberati dalle pene per l’intercessione dei santi, e che tra questi si trovi chiunque con vanissima temerità fonda la sua speranza nel frutto altrui.
REMIGIO [BEDA]: Colui che dà frutto come trenta è colui che insegna la fede nella Santissima Trinità; come sessanta è colui che raccomanda la perfezione delle buone opere, poiché il numero sei è il numero che Dio impiegò nel fare il mondo; come cento è colui che promette la vita eterna, poiché il numero cento passa dalla sinistra alla destra intendendosi per sinistra la via presente, per destra la futura. Diversamente: la semente della parola di Dio dà frutto come trenta quando produce il buon pensiero, come sessanta quando ingenera la buona parola, come cento quando conduce alla buona opera.
AGOSTINO: Oppure diversamente. Il numero cento è il frutto dei martiri, a causa della santità della loro vita e del disprezzo della morte. Il sessanta è quello delle vergini, per la loro tranquillità interiore, poiché non combattono contro la consuetudine della carne; si è soliti anche concedere il riposo ai sessuagenari nella carriera militare e in altri impieghi pubblici. Il numero trenta è quello degli sposati, poiché è l’età del combattimento, ed essi devono sostenere rudi assalti per non essere vittime delle loro passioni. Oppure diversamente. Devono lottare contro l’amore delle cose temporali per non essere vinti, e devono domarlo e assoggettarlo al fine di reprimerlo con facilità o estinguerlo in tal modo che non possa produrre emozione alcuna. Da ciò deriva il fatto che alcuni affrontano la morte per la verità con energia, altri con tranquillità e altri con piacere. A questi tre gradi di virtù corrispondono le tre classi di frutti che dà la terra, il trenta, il sessanta e il cento. In qualcuno di questi tre gradi si deve trovare al momento della sua morte l’uomo che pensa di partire bene da questa vita.
GIROLAMO: Oppure, la semente che dà cento si applica alle vergini, il sessanta alle vedove e a quelli che sono in stato di continenza, il trenta ai matrimoni casti.
GIROLAMO: Oppure il trenta si riferisce alle nozze, poiché l’articolazione delle dita che le allaccia e le stringe è come un certo bacio tenero che rappresenta l’unione dell’uomo e della donna. Il sessanta alle vedove, rappresentate dalla pressione del dito pollice a causa delle angustie e tribolazioni in cui furono collocate: che però riceveranno un premio maggiore per avere vinto i piaceri, tanto più difficili da combattere quanto più avevano esperienza di essi. Per ultimo il numero cento, espresso dalla mano sinistra e dalla destra, che formando un circolo con le stesse dita per ogni distinta mano esprimono la corona della verginità.