SESTA DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO A


Vangelo Commentato dai Padri

SESTA DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Vangelo di Matteo 5, 17-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o un segno, senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli.
Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non uccidere”; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e li ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario, mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!].
Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio”; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti”; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no; il di più viene dal maligno».

VERSETTI 17-19

Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti: non sono venuto ad abolire, ma a portarla a compimento. In verità vi dico: finché non passi il cielo e la terra, neppure uno iota o un apice passerà dalla legge, finché tutto sia compiuto; chi dunque avrà trasgredito uno di questi precetti, anche minimi, e avrà insegnato agli uomini a fare altrettanto, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli; chi invece avrà fatto e insegnato, sarà chiamato grande nel regno dei cieli.

GLOSSA: Dopo che ha esortato gli ascoltatori a prepararsi a sostenere tutto per la giustizia, e a non nascondere ciò che avrebbero ricevuto, ma ad apprendere con amore per insegnare agli altri, comincia a informarli su ciò che devono insegnare, come se gli si chiedesse: che cos’è ciò che non vuoi che resti nascosto, per cui chiedi di sopportare ogni cosa? Forse stai per dire qualcosa al di fuori di ciò che è scritto nella legge? Per questo dice: Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti.

CRISOSTOMO [Ps.]: Dice ciò per due motivi: primo, per richiamare con queste parole i suoi discepoli al suo esempio; in modo che come egli adempiva tutta la legge, così anch’essi si impegnassero ad adempierla. Poi gli sarebbe capitato di essere calunniato dai Giudei, come se annullasse la legge: per cui prima di incorrere nella calunnia soddisfa alla calunnia, affinché non si pensasse che era venuto semplicemente a predicare la legge, come avevano fatto i Profeti.

REMIGIO [RABANO]: Ha detto due cose: nega di essere venuto a sciogliere, e afferma che è venuto per portare a compimento; per questo aggiunge: infatti non sono venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento.

AGOSTINO: In questa espressione vi è un duplice senso: infatti portare a compimento significa o aggiungere qualcosa che è poco presente, o compiere ciò che è presente.

CRISOSTOMO: Cristo ha dunque portato a compimento i Profeti compiendo tutte le cose che erano state dette di lui: la legge innanzitutto, non trasgredendo nulla dei precetti legali; e poi giustificando mediante la fede, cosa che la legge mediante la lettera non era in grado di fare.

AGOSTINO: Infine, poiché a coloro che erano sotto la grazia in questa vita mortale era difficile compiere ciò che è scritto nella legge (Es 20, 17): «Non desiderare», egli, divenuto sacerdote mediante il sacrificio della sua carne, ci impetra il perdono; e anche qui adempiamo la legge, in modo che ciò che difficilmente possiamo fare per la nostra debolezza sia curato dalla sua perfezione, essendo noi divenuti membra di lui che è il capo. E ritengo anche che così vada inteso ciò che è detto: non sono venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento; ossia con quelle aggiunte, che o servono per la spiegazione delle antiche sentenze, o a renderle vive nella nostra condotta. Infatti il Signore ha spiegato che anche un moto cattivo verso un fratello va messo nel genere dell’omicidio. Inoltre il Signore ha preferito che noi, non giurando, non ci allontaniamo dalle verità piuttosto che, giurando il vero, ci avviciniamo allo spergiuro. Ma perché, o Manichei, non accogliete la legge e i Profeti quando Cristo ha detto che non è venuto ad abolirli, ma a portarli a compimento?
A ciò risponde l’eretico Fausto: chi attesta che Gesù ha detto questo? Matteo. Come mai allora Giovanni non lo attesta, lui che era sul monte, ma solo Matteo, che lo seguì dopo che egli era disceso dal monte? A ciò risponde Agostino: se uno non dice di Cristo se non ciò che ha visto e udito, allora oggi nessuno dice cose vere di lui. Perché dunque Matteo non poté udire delle cose vere su Cristo dalla bocca di Giovanni se dal libro di Giovanni noi, che siamo nati tanto tempo dopo di lui, possiamo dire delle cose vere di lui? Così infatti è stato accolto non solo il Vangelo di Matteo, ma anche quello di Luca e di Marco, e con autorità non diversa. A ciò si aggiunge che anche il Signore stesso poté narrare a Matteo ciò che aveva fatto, prima di chiamarlo. Dite dunque apertamente che non credete nel Vangelo: se infatti nel Vangelo non credete se non ciò che volete, credete a voi piuttosto che al Vangelo.
Insiste Fausto: Proviamo ancora che non Matteo ha scritto questo, ma un altro, non so chi, sotto il suo nome. Che cosa dice infatti (9, 9)? «Passando Gesù vide un uomo che sedeva al banco dell’esattore, di nome Matteo». Ora, chi scrivendo di sé stesso dice: «Vide un uomo», e non: «Vide me»? A ciò risponde Agostino: Matteo scrisse di sé come di un altro come fece anche Giovanni dicendo (21, 20): «Voltatosi, Pietro vide l’altro discepolo che Gesù amava». È chiaro dunque che questa è l’usanza degli scrittori che riferiscono i fatti avvenuti.
Ribatte Fausto: Questa parola, che egli non è venuto ad abolire la legge, non è piuttosto di natura tale da farci sospettare che egli la aboliva realmente? Altrimenti, senza ciò, perché i Giudei lo avrebbero sospettato? Risponde Agostino: l’argomentazione è molto debole, poiché noi non neghiamo che per i Giudei che non capivano egli era un distruttore della legge e dei Profeti.
Ribatte Fausto: Perché dunque, dato che la legge e i Profeti non hanno bisogno di questo compimento, essendo detto nel Deuteronomio (12, 32): «Osserverai questi precetti che ti do, e non farai alcuna aggiunta o diminuzione»? Risponde Agostino: Fausto non capisce che cosa sia il compimento della legge, pensando che si tratti di aggiungere delle parole. Infatti la pienezza della legge è la carità, che il Signore ha dato inviando ai fedeli lo Spirito Santo. La legge quindi viene adempiuta o quando vengono fatte le cose che vi sono comandate, oppure quando si mostrano le cose che vi sono profetizzate.
Ribatte Fausto: Se diciamo che Gesù ha istituito un Nuovo Testamento, che cosa significa questo se non la distruzione dell’Antico? Risponde Agostino: nell’Antico Testamento c’erano le figure delle cose future, che dovevano essere tolte dalle realtà presentate da Cristo, in modo che con ciò stesso venissero compiuti la legge e i Profeti, nei quali è scritto che Dio avrebbe dato un Nuovo Testamento.
Ribatte Fausto: Se dunque Cristo ha detto questo, o lo ha detto significando altro, o (il che non sia mai) lo ha detto mentendo, oppure non lo ha detto affatto. Ora, che Gesù abbia mentito nessuno lo dice, quindi o il senso è diverso o non lo ha detto. Ora, la fede dei Manichei mi premunisce contro la necessità di ammettere questo capitolo, poiché essa pone in principio che non bisogna ammettere tutto ciò che è scritto sotto il nome di Cristo. C’è infatti molta zizzania che il seminatore notturno ha seminato in mezzo al buon grano per guastarlo. Risponde Agostino: il Manicheo ti ha insegnato un’empia perversità, così che tu accogli quanto non impedisce la tua eresia e non accogli quanto la impedisce. Invece l’Apostolo ci ha insegnato un buon metodo (Gal 1, 9), che cioè sia scomunicato chi ci annunzierà qualcosa di diverso da ciò che abbiamo ricevuto. Ora, il Signore ci ha insegnato che cos’è la zizzania, cioè non delle cose false introdotte nelle Scritture vere, come tu interpreti, ma gli uomini figli del maligno.
Ribatte Fausto: Quando un Giudeo ti chiederà perché non osservi i precetti della legge e dei Profeti che Cristo ha detto di non essere venuto ad abolire, ma a portare a compimento, sarai costretto o a soccombere a una vana superstizione, o a dichiarare falso il capitolo, o a negare di essere un discepolo di Cristo. Risponde Agostino: i cattolici non sono per nulla angustiati da questo capitolo, quasi che non osservino la legge e i Profeti, poiché hanno l’amore di Dio e del prossimo, precetti dai quali dipendono la legge e i Profeti. E tutto ciò che lì è stato figurato dagli avvenimenti, dalle cerimonie o dalle parole, essi lo riconoscono adempiuto in Cristo e nella Chiesa. Per cui né soccombiamo a una vana superstizione, né diciamo che questo capitolo del Vangelo è falso, né di non essere discepoli di Cristo. Chi dunque dice: se Cristo non avesse abolito la legge e i Profeti, quei sacramenti della legge e dei Profeti rimarrebbero nelle celebrazioni dei cristiani, può dire: se Cristo non avesse abolito la legge e i Profeti, la sua nascita, passione e risurrezione sarebbero ancora oggetto di promessa; poiché invece non ha abolito ciò, ma lo ha portato a compimento, la sua nascita, passione e risurrezione non sono più promesse come cose future, come quei sacramenti in un certo modo indicavano, ma si annunzia che è nato, ha patito ed è risorto, il che i sacramenti dei cristiani adesso già indicano. È chiaro dunque quanto sia delirante l’errore di quanti pensano che, mutati i segni dei sacramenti, cambino proprio quelle cose che il rito profetico prometteva e quello evangelico mostra compiute.
Ribatte Fausto: Se Cristo ha detto queste parole, dobbiamo chiederci perché le ha dette: per non risvegliare il furore dei Giudei, che vedendolo calpestare le loro cose sante non avrebbero più voluto ascoltarlo, oppure per dirci di accettare il giogo della legge, a noi che venivamo dalle Genti? Se non fu questa la ragione delle sue parole, allora deve essere quella che ho detto, e in ciò non ha mentito. Ora, ci sono tre tipi di legge, una degli Ebrei, che Paolo chiama legge del peccato e della morte; un’altra delle Genti, che chiama naturale, dicendo (Rm 2, 14): «Le genti compiono naturalmente ciò che è nella legge»; la terza è quella della verità, di cui ha detto (Rm 8, 2): «La legge dello Spirito di vita». Così i Profeti: alcuni sono dei Giudei, e sono noti; altri delle Genti, di cui Paolo dice (Tt 1, 12): «Uno dei loro Profeti ha detto»; altri della verità, di cui Gesù dice (Mt 23, 34): «Vi mando dei sapienti e dei Profeti». E certamente se avesse parlato del compimento delle osservanze ebree, non ci sarebbe dubbio che si riferirebbe alla legge e ai Profeti dei Giudei; però, quando riferisce solo i precetti più antichi (per esempio: non uccidere, non fornicare), che in un altro tempo furono promulgati da Enoc e da Set e dagli altri giusti, chi non vedrebbe che sta parlando della legge e dei Profeti della verità? Quanto a ciò che è particolarmente giudaico, non lo ha nominato se non per sradicarlo, come quando dice (Es 21, 24): «Occhio per occhio, dente per dente». Risponde Agostino: è chiaro quale legge e quali Profeti Cristo non è venuto ad abolire, ma a portare a compimento. Si tratta infatti della legge data da Mosè. Non è vero poi, come pensa Fausto, che alcune cose il Signore le ha compiute, quelle cioè che erano già state dette dagli antichi giusti prima della legge di Mosè, come (Es 20, 13) «non uccidere», e altre invece le ha abolite, quelle cioè che erano proprie della legge dei Giudei. Noi infatti diciamo che quelle cose furono istituite opportunamente per quel tempo e che adesso non sono state abolite da Cristo, ma portate a compimento, come sarà chiaro esaminandole una per una. Ciò poi non lo capivano quelli che erano rimasti in quella perversità per cui credevano di dover costringere le Genti a diventare Giudei, cioè quegli eretici che vengono detti Nazareni.

CRISOSTOMO [Ps.]: Poiché però tutte le cose che dovevano accadere dall’inizio del mondo sino alla fine erano state profetizzate misticamente nella legge, affinché non sembrasse che Gesù non aveva conosciuto prima qualcuna delle cose che accadono, dice: non può accadere che passi il cielo e la terra prima che tutte le cose profetizzate nella legge siano accadute nella realtà; e ciò è quanto dice: In verità vi dico, finché non passi il cielo e la terra, neppure uno iota o un apice passerà dalla legge, finché tutto sia compiuto.

REMIGIO: In verità, cioè Amen, è una parola ebraica che in latino significa appunto in verità, fedelmente, oppure: avvenga. Per due motivi il Signore usa questa espressione: sia per la durezza di coloro che erano tardi a credere, sia per i credenti, affinché prestassero più attenzione alle cose che sarebbero seguite.

ILARIO: In quanto poi dice: finché non passi il cielo e la terra, afferma che il cielo e la terra, gli elementi più importanti, come noi pensiamo, si dissolveranno.

REMIGIO: Rimarranno infatti essenzialmente, ma passeranno attraverso un rinnovamento.

AGOSTINO: Quanto poi dice: uno iota o un apice non passerà dalla legge, va inteso come una forte espressione di perfezione tratta dalle lettere della scrittura; fra le quali lettere lo iota è minore delle altre, poiché è scritta con un solo tratto; e anche l’apice è un piccolo punto posto sopra di essa. Con queste parole mostra che nella legge anche le cose minime sono condotte alla realtà.

RABANO Giustamente ha messo lo iota greco e non lo iod ebraico, poiché lo iota in numero significa il dieci, ed esprime il Decalogo della legge, di cui il Vangelo è l’apice e la perfezione.

CRISOSTOMO [Ps.]: Se un uomo nobile arrossisce quando è sorpreso a mentire e un uomo sapiente non lascia cadere invano una parola, come potranno rimanere vane le parole divine? Per cui conclude: chi dunque avrà trasgredito uno di questi precetti, anche minimi, e avrà insegnato agli uomini a fare altrettanto, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli. E ritengo che il Signore stesso risponda manifestamente alla domanda: «Quali sono questi precetti minimi?» dicendo: se uno avrà trasgredito uno di questi precetti, anche minimi, cioè uno di quei precetti di cui adesso sto per parlare.

CRISOSTOMO: Infatti non ha detto questo per le leggi antiche, ma per quelle che lui stesso avrebbe dato; e le chiama minime, sebbene siano grandi. Come infatti spesso ha detto di sé cose umili, cosi parla dimessamente anche dei suoi comandi.

CRISOSTOMO [Ps.]: I comandamenti di Mosè sono facili da eseguire: non uccidere, non commettere adulterio: infatti la gravità stessa del crimine respinge la volontà di commetterlo: quindi sono piccoli nella retribuzione, grandi invece nel peccato. I comandamenti di Cristo invece: non adirarti, non desiderare, sono difficili da eseguire; quindi grandi nella retribuzione, minimi invece nel peccato. Chiama dunque minimi questi comandamenti di Cristo: non adirarti, non desiderare; quindi coloro che commettono dei lievi peccati sono minimi nel regno dei cieli: cioè chi si sarà adirato e non avrà commesso un grande peccato, è certamente al sicuro dalla pena, cioè dalla dannazione eterna, ma non è nella gloria, quella che conseguono quanti compiono anche queste cose minime.

AGOSTINO: Oppure, al contrario, quelle cose che sono state comandate nella legge sono dette minime; quelle invece che Cristo dirà sono le più grandi. Ora, i comandamenti minimi sono indicati dallo iota e dall’apice. Chi dunque avrà trasgredito e insegnato così, secondo che ha trasgredito, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli. E forse non ci sarà, poiché lì non possono esserci se non i grandi.

GLOSSA: Trasgredire è non fare ciò che uno intende rettamente, o non intendere le cose che uno ha corrotto, o diminuire l’integrità delle aggiunte di Cristo.

CRISOSTOMO: Oppure, quando senti parlare di minimo nel regno dei cieli, non sospettare nient’altro se non il supplizio e la geenna. Infatti è solito chiamare regno non solo la gioia del cielo, ma il tempo della risurrezione, e la terribile venuta di Cristo.

GREGORIO: Oppure per regno dei cieli va intesa la Chiesa, nella quale il maestro che trascura il comandamento è detto minimo, poiché se la sua vita è disprezzata lo è anche la sua predicazione.

ILARIO: Oppure chiama cose minime la passione e la croce del Signore: se uno non le confesserà per vergogna sarà minimo, cioè ultimo e quasi nullo; a chi invece le confesserà promette la grande gloria di una vocazione celeste; per cui segue: chi invece avrà fatto e insegnato sarà chiamato grande nel regno dei cieli.

GIROLAMO: Questa parola è diretta contro i Farisei, che stabilivano le loro proprie tradizioni al posto dei comandamenti di Dio, poiché non giova ad essi l’insegnamento al popolo se distruggono ciò che è piccolo nella legge. Possiamo anche intendere ciò in modo diverso: che l’insegnamento del maestro, se è ostacolato da un peccato anche piccolo, lo fa decadere dal grado più alto; né giova insegnare la giustizia che una minima colpa distrugge. La beatitudine è perfetta quando si realizza con l’azione ciò che si insegna con la parola.

AGOSTINO: oppure diversamente: Chi avrà trasgredito quelle cose minime, cioè i precetti della legge, e così avrà insegnato, sarà chiamato minimo; chi invece avrà fatto quelle cose minime e così avrà insegnato non va ritenuto già grande, tuttavia non così minimo come colui che trasgredisce. Perché poi sia grande deve fare e insegnare ciò che Cristo ha insegnato.

VERSETTI 20-22

Poiché io vi dico che se la vostra giustizia non sarà più grande di quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli. Avete udito che fu detto agli antichi: «Non uccidere», e chi avrà ucciso sarà colpevole in giudizio. Ma io vi dico che chiunque si adira contro il suo fratello sarà accusato in giudizio; chi poi avrà detto al suo fratello: Raca, sarà imputato nel consesso, e chi avrà detto: Pazzo, sarà condannato al fuoco della geenna.

ILARIO: In questo magnifico inizio comincia ad andare oltre l’opera della legge, dicendo agli Apostoli che non entreranno in cielo se non supereranno la giustizia dei Farisei; da cui le parole: Poiché io vi dico.

CRISOSTOMO: Chiama qui giustizia la virtù generale. Intendi poi l’aggiunta della grazia: infatti vuole che i suoi discepoli ancora rudi siano migliori dei maestri che c’erano nell’Antico Testamento. Non ha però chiamato iniqui gli Scribi e i Farisei, altrimenti non avrebbe detto che avevano la giustizia. Vedi anche che qui conferma l’Antico Testamento comparandolo al Nuovo: infatti il più e il meno sono nel medesimo genere. Ora, le giustizie degli Scribi e dei Farisei sono i comandamenti di Mosè, mentre l’adempimento al di là di questi comandamenti sono i comandamenti di Cristo. Questo è dunque ciò che dice: se uno oltre i comandamenti della legge non avrà adempiuto anche questi miei precetti, che presso di loro venivano ritenuti minimi, non entrerà nel regno dei cieli; poiché quelli liberano dalla pena, quella dovuta ai trasgressori della legge, ma non introducono nel regno; questi invece liberano dalla pena e introducono nel regno. Poiché però trasgredire i precetti minimi e non osservarli è la stessa cosa, perché sopra (v. 19) dice del trasgressore che «sarà chiamato minimo nel regno dei cieli» mentre qui (v. 20) di chi non li osserva dice: non entrerà nel regno dei cieli? Ma osserva che essere minimo nel regno è lo stesso che non entrarvi. Ora, essere nel regno non è regnare con Cristo, ma soltanto essere nel popolo di Cristo; come se dicesse del trasgressore che sarà certamente fra i cristiani, tuttavia un minimo cristiano. Chi invece entra nel regno diventa partecipe del regno con Cristo. Conseguentemente anche colui che non entra nel regno dei cieli non avrà certamente la gloria con Cristo, sarà tuttavia nel regno dei cieli, cioè nel numero di coloro sopra i quali regna Cristo re dei cieli.

AGOSTINO oppure diversamente: Se la vostra giustizia non sarà più grande di quella degli Scribi e dei Farisei, cioè al di sopra di coloro che trasgrediscono quanto insegnano, poiché di essi altrove è detto (Mt 23, 3): «Infatti dicono e non fanno»; come se dicesse: Se la vostra giustizia non sarà grande al punto che non trasgrediate, ma piuttosto facciate quanto insegnate, non entrerete nel regno dei cieli. Dunque bisogna intendere il regno dei cieli in un modo nel quale vi sono entrambi, cioè sia chi trasgredisce ciò che insegna sia chi lo compie, ma quello minimo, questo grande: e questo regno dei cieli è senza dubbio la Chiesa presente. In un altro modo invece si dice regno dei cieli quello in cui non entra se non colui che fa, e questo è la Chiesa quale sarà in futuro.

AGOSTINO: Questo nome di regno dei cieli che tanto spesso pronuncia il Signore non so se uno può trovarlo nei libri dell’Antico Testamento; infatti appartiene propriamente alla rivelazione del Nuovo Testamento, e l’Antico Testamento lo riserva alle labbra di quel re di cui figurava l’impero sui suoi servitori. Questo fine dunque a cui vanno riferiti i precetti era nascosto nell’Antico Testamento, sebbene secondo esso già allora vivessero i santi, che vedevano la sua futura rivelazione.

GLOSSA: Oppure l’espressione: Se non sarà più grande va riferita alla comprensione dei Farisei e degli Scribi, non al contenuto dell’Antico Testamento.

AGOSTINO: Quasi tutto ciò che il Signore ha indicato o comandato quando aggiungeva: Ma io vi dico si trova anche in quegli antichi libri. Ma poiché non intendevano per omicidio se non l’uccisione del corpo umano, il Signore spiegò che ogni moto cattivo verso il fratello va catalogato nel genere dell’omicidio; per cui aggiunge: Avete udito che fu detto agli antichi: Non uccidere.

CRISOSTOMO [Ps.]: Cristo volendo mostrare che egli era Dio, il quale una volta aveva parlato nella legge e adesso dà ordini nella grazia, pone anche adesso in principio dei suoi comandamenti quel precetto che viene posto nella legge come il primo dei precetti proibitivi contro il prossimo.

AGOSTINO: Il precetto: Non uccidere, noi non crediamo, come i Manichei, che indichi la proibizione di strappare un virgulto o di uccidere un animale irragionevole; poiché per effetto dell’ordine stabilito dal Creatore la loro vita e la loro morte sono sottomesse ai nostri bisogni. Per cui resta che noi intendiamo come riferito all’uomo il precetto: Non uccidere; né un altro, e nemmeno te: infatti chi si uccide non uccide altro che un uomo. Ma non si può concludere nulla contro questo precetto dal fatto che molti, per ordine di Dio, intrapresero delle guerre, e incaricati dal potere pubblico punirono con la morte per giusta ragione i crimini contro la società. Abramo, che offrì volontariamente suo figlio alla morte, non solamente è scusato, ma è anche lodato nella Scrittura in nome della pietà. Bisogna dunque escludere da questo precetto coloro per cui Dio fa eccezione o in nome di una data legge, o per un ordine eccezionale e transitorio; infatti non bisogna ritenere omicida colui che presta il suo braccio all’ordine di un altro e dà così assistenza a colui che porta la spada; né Sansone quando seppellì sé stesso e i suoi nemici sotto le rovine della casa che li copriva è scusato se non per un segreto comando dello Spirito che mediante lui faceva i miracoli.

CRISOSTOMO: Con le parole: fu detto agli antichi mostra che da molto tempo avevano ricevuto quel comandamento. Dice questo dunque per incitare con più forza gli ascoltatori esitanti a progredire verso precetti più sublimi; come se un maestro dicesse a un bambino pigro: non sai quanto tempo hai già perduto nel sillabare? Quindi aggiunge: Ma io vi dico che chiunque si adira contro il suo fratello sarà accusato in giudizio. Qui considera il potere del legislatore; infatti nessuno degli antichi Profeti ha parlato così, ma piuttosto veniva usata l’espressione: «Così dice il Signore», poiché essi come servi annunziavano le cose del Signore, mentre egli come Figlio le cose del Padre, che sono anche sue; ed essi predicavano a dei compagni di servitù, egli invece stabiliva la legge ai suoi servi.

AGOSTINO: Due sono le sentenze dei filosofi sulle passioni dell’anima. Agli Stoici infatti non piace che tali passioni si verifichino nel sapiente; gli Aristotelici invece dicono che si verificano nel sapiente, ma moderate, e sottomesse alla ragione: come quando si offre la misericordia in modo che sia mantenuta la giustizia. Nell’insegnamento cristiano invece non ci si chiede tanto se l’animo prima si adiri o si rattristi, ma per quale motivo.

CRISOSTOMO [Ps.]: Chi infatti si adira senza motivo sarà colpevole; chi invece per un motivo, non sarà colpevole: infatti, senza l’ira, né l’insegnamento procede, né i giudizi si traggono né i crimini sono repressi. Così chi per un giusto motivo non si adira pecca: infatti la pazienza irragionevole semina i vizi, nutre la negligenza e invita al male non solo i cattivi, ma anche i buoni.

GIROLAMO: In qualche codice si aggiunge: senza motivo; ma nel testo vero la sentenza è incondizionata, e l’ira è completamente tolta. Se infatti ci è ordinato di pregare per i persecutori, è tolta ogni occasione di ira. Bisogna eliminare dunque l’espressione: senza motivo, poiché «l’ira dell’uomo non compie la giustizia di Dio» (Gc 1, 20).

CRISOSTOMO [Ps.]: Tuttavia l’ira motivata non è ira, ma giudizio: infatti per ira si intende propriamente l’agitarsi della passione; ora, se uno si adira per un motivo, non è vittima della passione: quindi si dice che giudica, non che si adira.

AGOSTINO: Bisogna anche considerare che cosa sia adirarsi contro il proprio fratello, poiché non si adira contro il fratello chi si adira contro il peccato del fratello. Chi dunque si adira contro il fratello e non contro il peccato, si adira senza motivo.

AGOSTINO: Nessuno di mente sana riprende l’adirarsi contro il fratello per correggerlo: infatti questi moti provenienti dall’amore del bene e dalla santa carità non vanno chiamati vizi, dato che seguono la retta ragione.

CRISOSTOMO [Ps.]: Ritengo poi che Cristo non parli dell’ira della carne, ma dell’ira dell’anima: infatti la carne non può obbedire così da non essere alterata. Quando dunque l’uomo si adira e non vuole fare ciò a cui l’ira lo spinge, la sua carne è adirata, ma il suo animo non lo è.

AGOSTINO: Così dunque in questo primo precetto c’è una cosa sola, cioè solo l’ira; nel secondo invece ne troviamo due, cioè l’ira e la parola, che è segno dell’ira; per cui segue: chi poi avrà detto al suo fratello: Raca, sarà imputato nel consesso. Alcuni hanno voluto trarre dal greco l’interpretazione di questa parola, ritenendo che significhi cencioso, poiché in greco «cencio» si dice rakos. Ma è più probabile che non sia una parola che indichi qualcosa, quanto piuttosto l’espressione di un animo indignato. I grammatici chiamano queste parole interiezioni, come quando chi sente un dolore dice: «Ahi!».

CRISOSTOMO: Oppure raca è una parola di disprezzo e di poca stima. Come infatti noi, comandando ai servi o ai giovani diciamo: «Va’ tu, diglielo tu», così chi parla siriano dice raca al posto di «tu». Il Signore infatti estirpa anche le cose che sono piccolissime, e ci comanda di trattarci vicendevolmente con onore.

GIROLAMO: Oppure raca è una parola ebraica che significa «inutile» o «vuoto» e che corrisponde alla nostra espressione «senza cervello». Intenzionalmente poi ha aggiunto: chi avrà detto al suo fratello, poiché non è nostro fratello se non colui che ha lo stesso nostro padre.

CRISOSTOMO [Ps.]: È cosa indegna chiamare vuoto un uomo che ha in sé lo Spirito.

AGOSTINO: Nel terzo precetto vengono indicate tre cose: l’ira, la parola che esprime l’ira, e nella parola l’indicazione dell’ingiuria; per cui si dice: chi poi avrà detto: Pazzo, sarà condannato al fuoco della geenna. Vi sono così dei gradi in questi peccati. Primo, che chiunque si adira trattenga nel cuore il moto concepito. Se poi già l’emozione ha prodotto un grido senza significato preciso, ma che per sé stesso è un segno dell’emozione, c’è un grado in più che nella collera di chi tace. Ma la cosa è ancora più grave se viene pronunciata anche una parola che indica un preciso oltraggio.

CRISOSTOMO [Ps.]: Come poi non è vuoto chi ha lo Spirito Santo, così non è vuoto chi conosce Cristo; ora, se raca è lo stesso che vuoto, quanto al senso della parola, è la stessa cosa dire pazzo e raca, ma c’è differenza quanto al proposito di chi parla: infatti raca era una parola diffusa nel popolo giudeo, che veniva detta non per ira o per odio, ma per qualche vano motivo, più per familiarità che con collera. Ma forse dirai: se raca non esprime l’ira, perché è un peccato? Perché è detta a modo di rivalità, non di edificazione: se infatti non dobbiamo dire nemmeno una parola buona se non per edificazione, quanto più ciò che in sé è naturalmente un male?

AGOSTINO: Vedi adesso anche i tre reati: del giudizio, del consesso, del fuoco della geenna; dove vengono indicati tre gradi, dal più lieve al più grave; infatti nel giudizio si dà ancora spazio alla difesa; al consesso poi sembra appartenere la pronuncia della sentenza, quando i giudici discutono fra loro con quale supplizio si debba condannare; nella geenna del fuoco poi è certa la condanna e la pena del colpevole. Per cui è chiaro quanta distanza vi sia fra la giustizia dei Farisei e quella di Cristo: li infatti l’uccisione rende colpevoli in giudizio, qui invece rende rei di giudizio l’ira, che fra le tre cose è la più lieve.

RABANO: Qui il Salvatore chiama geenna il tormento dell’inferno, e il nome sembra tratto dalla valle consacrata agli idoli che è presso Gerusalemme, ripiena un tempo di cadaveri e profanata da Giosia, come si legge nel libro dei Re.

CRISOSTOMO: Pone qui per la prima volta il nome della geenna, dopo che prima ha parlato del regno dei cieli, mostrando che donare quello appartiene al suo amore, mentre questa dipende dalla nostra inoperosità. A molti però sembra oneroso patire una pena così grande per una sola parola, per cui alcuni dicono che ciò è stato detto iperbolicamente. Ma temo che, ingannandoci qui sulle parole, abbiamo poi a patire effettivamente l’estremo supplizio. Non ritenere dunque che ciò sia gravoso: infatti molte pene e peccati hanno inizio dalle parole, poiché molte volte delle piccole parole hanno prodotto un omicidio e sovvertito intere città. E non ritenere una piccola cosa chiamare stolto un fratello, togliendogli la prudenza e l’intelletto, per cui siamo uomini e ci distinguiamo dalle bestie.

CRISOSTOMO [Ps.]: Oppure: sarà colpevole in consesso, in modo cioè da essere un appartenente al consesso di coloro che furono contro Cristo, come interpretano gli Apostoli nei loro canoni.

ILARIO: Oppure colui che tratta come non avente alcun valore colui che è ripieno di Spirito Santo merita di passare per il consesso dei santi e di espiare, per la condanna dei santi divenuti suoi giudici, questo oltraggio fatto allo Spirito Santo stesso.

AGOSTINO: Uno potrebbe dire: con quale più grave supplizio è punito l’omicidio se una parola è condannata con la geenna del fuoco? E’ necessario intendere che vi è differenza nelle pene dell’inferno.

CRISOSTOMO: Oppure, il giudizio e il consesso sono pene nel presente, mentre la geenna è una pena futura. Ha unito poi il giudizio all’ira per mostrare che non è possibile che un uomo sia del tutto senza passioni, però è possibile frenarle; e per questo non ha aggiunto una pena determinata, affinché non sembrasse che proibiva del tutto l’ira. Ha posto poi adesso il consesso indicando il giudizio dei Giudei, affinché non sembrasse che diceva sempre delle cose nuove e insegnava delle cose strane.

AGOSTINO: In queste tre sentenze poi bisogna sottintendere delle parole. Infatti la prima sentenza ha tutte le parole necessarie, in modo che non c’è nulla da sottintendere. Chi si adira, dice, contro il suo fratello, senza motivo, secondo alcuni; nella seconda invece, quando dice: Chi avrà detto al suo fratello: Raca, si sottintende: senza motivo; infine nella terza, dove dice: Chi avrà detto: Pazzo, si sottintendono due cose: al proprio fratello, e senza motivo. E con ciò viene difeso l’operato dell’Apostolo quando chiama stolti i Galati, che pure definisce fratelli: infatti non ha fatto ciò senza motivo.

VERSETTI 23-24

Se dunque offri il tuo dono sull’altare e li ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello, e poi venendo offrirai il tuo dono.

AGOSTINO: Se non è lecito adirarsi contro il fratello, o dirgli raca o pazzo, molto meno lo è tenere qualcosa nell’animo, in modo che l’indignazione diventi odio; quindi aggiunge: Se dunque offri il tuo dono sull’altare e lì ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te …

GIROLAMO: Non ha detto: se tu hai qualcosa contro il tuo fratello, ma Se il tuo fratello ha qualcosa contro di te, in modo che ti venga imposta una più dura necessità di riconciliazione.

AGOSTINO Egli ha infatti qualcosa contro di noi se noi lo abbiamo leso in qualcosa: poiché noi abbiamo qualcosa contro di lui se lui ci ha leso, e allora non è necessario giungere alla riconciliazione; infatti non chiederai perdono a chi ti ha fatto un’ingiuria, ma soltanto perdonerai, come desideri che ti sia perdonato dal Signore ciò che tu hai commesso.

CRISOSTOMO [Ps.]: Se però egli ti ha leso, e tu per primo chiederai perdono, ne avrai una grande ricompensa.

CRISOSTOMO: Ma se uno non si cura di riconciliarsi col prossimo per amore di lui, lo induce a questo affinché almeno la sua opera non rimanga imperfetta, e soprattutto nel luogo sacro; per cui aggiunge: lascia lì il tuo dono davanti all’altare prima a riconciliarti con il tuo fratello.

CRISOSTOMO [GREGORIO]: Ecco, non vuole ricevere il sacrificio da chi è in discordia. Da ciò dunque valutate quanto sia grande il male della discordia, per cui viene respinto anche ciò per cui è rimessa la colpa.

[Ps. CRISOSTOMO]: Vedi poi la misericordia di Dio, come guardi più all’utilità degli uomini che al suo onore: infatti ama la concordia dei fedeli più dei doni; finché infatti gli uomini credenti hanno qualche dissenso, il loro dono non viene accolto. e la loro preghiera non viene esaudita. Nessuno infatti fra due nemici può essere amico fidato di entrambi: quindi anche Dio non vuole essere amico dei credenti finché questi sono nemici fra loro. Anche noi dunque non manteniamo la fede in Dio se amiamo i suoi nemici e odiamo i suoi amici. Ora, quale è l’offesa che precede, tale deve seguire la riconciliazione. Se hai offeso con il pensiero, riconciliati con il pensiero, se hai offeso con le parole, riconciliati con le parole; se hai offeso con le opere, riconciliati con le opere. Infatti si fa penitenza di ogni peccato nello stesso modo in cui esso è stato commesso.

ILARIO: Ristabilita la pace umana, comanda di ritornare a quella divina, passando dalla carità degli uomini a quella di Dio. Quindi segue: e poi venendo offrirai il Tuo dono.

AGOSTINO: Se però ciò che è detto qui viene preso alla lettera, forse uno crederà che deve accadere così se il fratello è presente: infatti la cosa non può essere troppo differita, dato che si è comandato di lasciare il tuo dono davanti all’altare; se invece è assente, e, cosa che può accadere, al di là del mare, sarebbe assurdo pensare che bisogna lasciare il sacrificio per riprenderlo dopo aver attraversato mare e terra. Bisogna dunque rifugiarsi nel senso spirituale per sfuggire a questa assurdità. Possiamo spiritualmente intendere per altare la fede, poiché qualunque sacrificio si possa offrire a Dio, scienza, preghiera o altra cosa, non gli sarà gradito se non si appoggia sulla fede; se dunque abbiamo leso il fratello in qualcosa, dobbiamo tendere alla riconciliazione non con i piedi del corpo, ma con i moti dell’animo, prosternandoci con umile affetto davanti al fratello al cospetto di colui a cui stiamo per fare il dono. Così infatti, come se fosse presente, potremo chiedergli perdono non con animo simulato; e poi, venendo, cioè richiamando l’intenzione a ciò che avevamo iniziato, potremo offrire il nostro dono.

VERSETTI 25-26

Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, affinché l’avversario non ti consegni al giudice, e il giudice ti consegni alla guardia, e tu sia messo in carcere. In verità ti dico: non ne uscirai finché tu non abbia restituito l’ultimo spicciolo.

ILARIO: Il Signore, poiché non vuole vedere un solo momento della nostra vita privo di pacifici sentimenti di carità fraterna, ci ordina di non tardare a riconciliarci nel cammino della vita, affinché non arriviamo al momento della morte senza aver fatto la pace; per questo dice: Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, affinché l’avversario non ti consegni al giudice.

GIROLAMO: La parola latina consentiens (concorde) traduce il greco eunoon, che significa benevolo, o benigno.

AGOSTINO: Ma vediamo chi è l’avversario con cui dobbiamo essere benevoli. O infatti è il diavolo, o un uomo, o la carne, o Dio, o il suo precetto. Ma non vedo in che senso dobbiamo essere benevoli o concordi con il diavolo: dove infatti c’è la benevolenza, lì c’è l’amicizia, e nessuno dirà che si deve fare amicizia con il diavolo. Né giova essere d’accordo con colui al quale, rinunziando, abbiamo dichiarato guerra una volta per sempre. Né conviene acconsentire a colui al quale se non avessimo acconsentito non saremmo mai caduti in queste miserie.

GIROLAMO: Alcuni però dicono che dal Salvatore è stato prescritto di essere benevoli con il diavolo, non aggravando cioè i suoi mali, il che accade invece tutte le volte che noi acconsentiamo alle sue tentazioni. Altri dicono più prudentemente che ciascuno di noi nel battesimo stipula un contratto col demonio in virtù del quale rinunziamo a lui i rimanendo fedeli a questo patto che siamo benevoli e consenzienti verso l’avversario, e non siamo da rinchiudere in carcere.

AGOSTINO: Non vedo poi come spiegare che è da un uomo che dobbiamo essere consegnati al giudice, poiché per giudice intendo Cristo, davanti al cui tribunale tutti dobbiamo comparire. Come dunque potrà consegnare al giudice chi dovrà parimenti mostrarsi al giudice? E inoltre se uno avrà danneggiato un uomo uccidendolo, non avrà tempo di accordarsi con lui lungo la via, cioè in questa vita; e tuttavia può salvarsi con la penitenza. Ancora meno poi vedo come dobbiamo metterci d’accordo con la carne: sono infatti piuttosto i peccatori che acconsentono ad essa coloro invece che la dominano non acconsentono ad essa, ma la costringono ad accordarsi ad essi.

GIROLAMO: Come poi potrà essere messa in carcere la carne se non acconsente all’anima, se l’anima e la carne vanno rinchiuse insieme, e la carne non può fare nulla se non per comando dell’anima?

AGOSTINO Forse allora ci viene comandato di consentire a Dio, poiché da lui ci siamo allontanati peccando, per cui egli può essere detto nostro avversario in quanto resiste a noi: Dio infatti resiste ai superbi. Chi dunque in questa vita non si sarà riconciliato con Dio mediante la morte del suo Figlio sarà consegnato da lui al giudice, cioè al Figlio, a cui il Padre affidò il giudizio. In che modo poi si può dire che l’uomo cammina con Dio se non perché Dio è in ogni luogo? Oppure, se non piace dire che gli empi sono con Dio, che è presente ovunque, come non diciamo che i ciechi sono con la luce che li circonda, è rimasto solo che qui per avversario va inteso il precetto di Dio, al quale si oppone chi vuole peccare, e che ci è dato per questa vita affinché sia con noi sulla via, al quale noi dobbiamo acconsentire subito, guardando, ascoltando, dandogli la massima autorità, in modo che ciò che uno intende non lo detesti perché si oppone ai suoi peccati, ma piuttosto lo ami in vista della correzione; e preghi per capire ciò che è oscuro.

GIROLAMO: Ma in base alle cose precedenti il senso è manifesto, che cioè il Signore ci esorta alla concordia con il prossimo; infatti sopra è stato detto: Va’ a riconciliarti con il tuo fratello.

CRISOSTOMO [Ps.]: Il Signore ci invita ad affrettarci all’amicizia con i nostri nemici finché viviamo in questa vita, sapendo quanto è pericoloso se uno dei nemici muore senza aver fatto la pace. Se voi vi presentate come nemici davanti al vostro giudice, ciò sarà la vostra accusa davanti al tribunale di Cristo. È certamente l’avversario che vi consegnerà al giudice, anche se prima vi avrà chiesto la riconciliazione, poiché il solo fatto che vi ha chiesto la pace stabilisce la vostra colpevolezza davanti a Dio.

ILARIO: Oppure il vostro avversario vi consegnerà al giudice poiché la vostra ira che rimane su di lui è la prova della vostra inimicizia.

AGOSTINO: Per giudice intendo Cristo: «Infatti il Padre ha rimesso ogni giudizio al Figlio» (Gv 5, 22); per guardia intendo l’Angelo: «E gli Angeli lo servivano» (Mt 4, iI); e noi crediamo che verrà a giudicare assieme ai suoi Angeli. Per cui segue: e il giudice ti consegni alla guardia.

CRISOSTOMO [Ps.]: Oppure alla guardia, cioè all’angelo crudele dei castighi, ed egli così ti metta nel carcere della geenna; per cui segue: e tu sia messo in carcere.

AGOSTINO: Per carcere intendo le pene, cioè delle tenebre. E affinché nessuno disprezzi questo carcere segue: In verità ti dico: non ne uscirai finché tu non abbia restituito l’ultimo spicciolo.

GIROLAMO: Lo spicciolo è un genere di moneta che vale due centesimi, il che equivale a dire: non uscirai dal carcere finché tu non abbia espiato anche i più piccoli peccati.

AGOSTINO: L’espressione è usata per indicare che nulla resta impunito; così quando vogliamo indicare che una cosa è stata pagata in modo che non resta nulla, diciamo «fino alla feccia»; oppure sotto il nome di spicciolo sono indicati i peccati terreni. Con l’espressione non abbia restituito è poi indicata la pena eterna. E come è stato posto finché quando è stato detto: «Siedi alla mia destra finché non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi» (infatti quando i nemici saranno stati posti sotto i suoi piedi non cesserà di regnare), così anche qui si può intendere: non uscirai finché non abbia pagato lo spicciolo, nel senso che non uscirai mai, poiché pagherai sempre l’ultimo spicciolo mentre espierai le pene eterne dei peccati.

CRISOSTOMO [Ps.]: Oppure, se nella vita presente farai la pace, potrai ricevere il perdono anche di un peccato gravissimo; se invece sarai condannato, una volta messo in carcere ti saranno richiesti i supplizi non solo per i gravi peccati, ma anche per una parola oziosa, che può essere indicata dallo spicciolo.

ILARIO: Poiché infatti la carità copre una moltitudine di peccati, pagheremo l’ultimo spicciolo della pena se non riscatteremo con essa il debito dei nostri peccati.

CRISOSTOMO [Ps.]: Oppure sono dette carcere le angustie di questo mondo, nelle quali il più delle volte i peccatori sono gettati da Dio.

CRISOSTOMO: Oppure si parla qui dei giudici che sono in questo mondo, e della via che c’è a questo giudizio e di questo carcere, e ciò per condurre alle realtà eterne mediante quelle temporali, che sono davanti ai nostri occhi e ci impressionano maggiormente; come anche Paolo dice (Rm 13, 4): «Se hai fatto il male, temi il potere; infatti non senza motivo porta la spada».

VERSETTI 27-28

Avete udito che fu detto agli antichi: «Non commettere adulterio». Ma lo vi dico che chiunque vede una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

CRISOSTOMO: Il Signore, dopo aver insegnato che cosa conteneva il primo comandamento, cioè: Non uccidere, seguendo l’ordine stabilito giunge al secondo, dicendo: Avete udito che fu detto agli antichi: Non commettere adulterio.

AGOSTINO: Cioè non andare da nessun’altra all’infuori di tua moglie. Se infatti richiedi questo dalla moglie, non vorrai renderlo alla moglie, mentre devi precedere la moglie nella virtù? Ora, è vergognoso che un uomo dica che ciò non è possibile. Ciò che fa la donna, non può farlo l’uomo? Non dire poi: non ho moglie, vado da una meretrice, e non violo questo precetto, poiché dice: Non commettere adulterio; già conosci infatti il tuo prezzo, già sai che cosa mangi, che cosa bevi. Astieniti dunque dall’adulterio. Poiché infatti con l’adulterio e gli eccessi del libertinaggio corrompi l’immagine di Dio (che sei tu), lo stesso Signore, che sa che cosa ti è utile, ha comandato questo, affinché per illeciti piaceri non crolli il suo tempio, che tu hai cominciato a essere.

AGOSTINO: Ma poiché i Farisei ritenevano che solo l’unione corporale illecita con una donna venisse chiamata adulterio, il Signore ha mostrato che lo è anche tale concupiscenza, dicendo: Ma io vi dico che chiunque vede una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Ciò che poi comanda la legge (Es 20, 17): «Non desiderare la moglie del tua prossimo», sembrava ai Giudei che andasse inteso del portar via, non del rapporto sessuale.

GIROLAMO: Fra pathos e propathia, cioè fra passione e pro-passione, c’è questa differenza, che la passione è ritenuta un vizio mentre la pro-passione, sebbene abbia la colpa del vizio, tuttavia non è imputata a peccato. Quindi chi vede una donna, e la sua anima è sollecitata, è toccato da una pro-passione. Se poi vi acconsente, passa dalla pro-passione alla passione, e a costui non manca la volontà di peccare, ma l’occasione. Chiunque allora vede per desiderare, cioè guarda per desiderare, ed è disposto a farlo, giustamente si dice che ha commesso adulterio nel suo cuore.

AGOSTINO: Infatti sono tre le cose con le quali si compie il peccato, cioè la suggestione che viene o dalla memoria o dai sensi corporei: se vi è piacere, il piacere illecito va frenato; se poi c’è il consenso, vi è la pienezza del peccato. Tuttavia il piacere prima del consenso o è nullo o è tenue, e il peccato sta nell’acconsentirvi. Se poi si giunge all’azione, sembra che la concupiscenza sia saziata ed estinta. Ma in seguito, quando la suggestione si ripete, si accende un piacere maggiore, che tuttavia è ancora minore di quello che passa nell’abitudine, che è difficile vincere.

GREGORIO: Colui che non si cura dei suoi sguardi cade spesso nel piacere e, stancato dai desideri, finisce con il volere ciò che all’inizio non voleva. E con forza che la carne ci trae in basso, e una volta che il cuore è stato legato all’immagine della bellezza presentata dagli occhi, è con grande pena che se ne distacca. Bisogna dunque fare in modo di non guardare ciò che non è lecito desiderare. Affinché il pensiero del nostro cuore conservi la sua purezza dobbiamo distogliere gli occhi da ogni sguardo lascivo e considerarli come coloro che portano alla colpa.

CRISOSTOMO: Se voi volete sempre tenere fissi i vostri occhi su dei bei volti, senza dubbio ne sarete presi, sebbene possiate sfuggire al male due o tre volte, cosa che non è impossibile alla nostra natura. Chi infatti ha acceso in sé il fuoco della concupiscenza, anche se è assente la donna che ha visto, dipinge a lungo in sé le immagini di cose turpi, e talora giunge anche di fatto all’azione cattiva. E se una si adorna e si acconcia al fine di attirare gli sguardi degli uomini, è divenuta passibile di una pena al sommo grado anche se non ha fatto del male ad alcuno con la sua bellezza: ella ha preparato il veleno e ha offerto la coppa, anche se non ha trovato nessuno che la bevesse. Ciò che poi il Signore sembra rivolgere solo agli uomini riguarda anche le donne: quando infatti si parla al capo, l’ammonizione è evidentemente comune a tutto il corpo.

VERSETTI 29-30

Se il tuo occhio destro ti scandalizza, cavalo e gettalo via da te; è meglio infatti che perisca uno dei tuoi membri piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella geenna. E se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala via da te. È meglio infatti che perisca uno dei tuoi membri piuttosto che tutto il tuo corpo vada nella geenna.

GLOSSA: Poiché non solo vanno evitati i peccati, ma vanno anche tolte le occasioni di peccato, dopo che ha detto di evitare il peccato di adulterio non solo nell’opera, ma anche nel cuore, di conseguenza insegna a tagliare le occasioni di peccato dicendo: Se il tuo occhio destro ti scandalizza.

CRISOSTOMO [Ps.]: Ma dal momento che secondo il Profeta (Sal 37, 4) non c’è niente nel nostro corpo che sia sano, dobbiamo tagliare tutte le membra che abbiamo per adeguare il loro castigo alla loro malizia. Ma vediamo se è possibile dare questa interpretazione dell’occhio o della mano corporale. Come tutto l’uomo, quando si è convertito a Dio, è morto al peccato, così anche l’occhio, quando ha cessato di guardare male, è stato cavato per il peccato; ma anche qui c’è una difficoltà. Se infatti l’occhio destro scandalizza, il sinistro che cosa fa? Forse che contraddice al destro, in modo da conservarsi innocente?

GIROLAMO: Dunque con l’occhio e la mano destra si indica l’affetto dei fratelli, della moglie, dei figli, dei parenti e dei vicini; se noi vediamo che essi ci sono di impedimento alla contemplazione della vera luce, dobbiamo troncare queste parti di noi stessi.

AGOSTINO: Come poi nell’occhio si intende giustamente la contemplazione, così nella mano l’azione. Ora, con l’occhio indichiamo un amico carissimo: infatti coloro che vogliono esprimere con forza il loro amore sono soliti dire: lo amo come il mio occhio. Bisogna poi intendere per occhio un amico che consiglia, poiché l’occhio mostra la strada. Ciò che è poi aggiunto: destro, forse vale ad aumentare la forza dell’amore; infatti gli uomini temono maggiormente di perdere l’occhio destro. Oppure, poiché è destro, si intende che consiglia nelle cose divine, mentre l’occhio sinistro consiglia nelle cose terre-ne; in modo che il senso sarebbe: qualunque sia la cosa che tu ami come l’occhio destro, se ti scandalizza, cioè se ti è di impedimento alla vera beatitudine, cavala e gettala via da te. Del sinistro poi che scandalizza è superfluo parlare, quando non bisogna risparmiare neppure il destro. La mano destra invece viene intesa come l’amico che aiuta a compiere le cose di Dio, mentre la sinistra riguarda le cose necessarie a questa vita e al corpo.

CRISOSTOMO [Ps.]: Oppure diversamente. Cristo non vuole solo che ci preoccupiamo del pericolo del nostro peccato, ma anche di ciò che fanno coloro che ci stanno intorno: se per esempio hai un amico che guarda bene le tue cose, come il tuo occhio, o che amministra le tue cose come la tua mano, se riconosci che ha fatto qualcosa in modo disonesto gettalo lontano da te, poiché ti scandalizza; infatti dovremo rendere ragione non solo del nostro peccato, ma anche di quello del prossimo, che noi possiamo impedire.

ILARIO: C’è dunque un grado di innocenza più alto: siamo avvertiti che non dobbiamo astenerci solo da ogni peccato personale, ma anche dalle cose che ci toccano di fuori.

GIROLAMO: Oppure diversamente. Poiché prima ha parlato della concupiscenza della donna, giustamente adesso chiama occhio il pensiero e il sentimento che volano qua e là. La mano destra poi e le altre parti del corpo indicano i primi movimenti della volontà verso l’azione.

CRISOSTOMO [Ps.]: Infatti questo occhio carnale è lo specchio dell’occhio interiore. Anche il corpo ha poi un suo senso, che è l’occhio sinistro, e un desiderio, che è la mano sinistra. Le parti dell’anima invece sono chiamate destre perché l’anima è stata creata con il libero arbitrio, e sotto la legge della giustizia, per vedere e agire rettamente. La parte del corpo che non ha il libero arbitrio ed è sotto la legge del peccato è detta invece sinistra. Non comanda però di tagliare il senso o il desiderio della carne affinché non desideri: infatti possiamo frenare i desideri della carne così che non facciamo ciò che la carne desidera; non possiamo invece tagliarla affinché non desideri. Quando invece di proposito vogliamo e pensiamo il male, allora il senso destro e la volontà destra ci scandalizzano, e allora qui comanda di tagliare. Possono essere infatti tagliati grazie al libero arbitrio. Oppure diversamente. Dobbiamo tagliare in generale da noi ogni bene che scandalizza noi o gli altri; ad esempio, se visito una donna per un motivo di sacro dovere, il buon proposito è l’occhio destro; ma se visitandola assiduamente sono caduto nel laccio del suo desiderio, o anche alcuni, vedendo, si scandalizzano, l’occhio destro scandalizza, ciò che è buono scandalizza: il mio occhio destro è il proposito buono, cioè l’intenzione; la mano destra, la buona volontà.

GLOSSA: Oppure l’occhio destro è la vita contemplativa, che scandalizza inducendo alla pigrizia, o all’arroganza, oppure quando per debolezza non siamo capaci di contemplare la pura verità. La mano destra invece è l’attività buona, o la vita attiva, che scandalizza quando per la molteplicità delle attività e delle occupazioni ci tende il laccio del fastidio. Se dunque uno non può godere della vita contemplativa, non si astenga per ozio dall’attiva, e se è occupato nelle attività, non si inaridisca quanto alla dolcezza interiore.

REMIGIO [RABANO]: Perché poi vada cavato l’occhio destro e tagliata la mano destra, lo manifesta quando aggiunge: è meglio infatti

CRISOSTOMO [Ps.]: Poiché infatti siamo membra gli uni degli altri, è meglio salvarci senza uno di quei membri piuttosto che, volendo averli, perire anche noi con essi. Oppure è meglio salvarci senza un proposito buono o senza un’opera buona piuttosto che, mentre vogliamo fare tutte le opere buone, perire con esse.

VERSETTI 31-32

È stato poi detto: «Chiunque ripudierà la propria moglie le dia il libello di ripudio». Ma io vi dico che chiunque ripudierà la propria moglie, eccetto il caso dell’adulterio, la fa divenire adultera, e chi avrà sposato la ripudiata commette adulterio.

GLOSSA: Prima il Signore aveva insegnato che non bisogna desiderare la moglie altrui: di conseguenza qui insegna che non bisogna ripudiare la propria, dicendo: È stato poi detto: Chiunque ripudierà la propria moglie le dia il libello di ripudio.

GIROLAMO: Più avanti il Signore e Salvatore spiega questo punto in modo più pieno, che cioè Mosè aveva ordinato di dare il libello di ripudio per la durezza di cuore dei mariti, non per ammettere la separazione, ma per eliminare l’omicidio.

CRISOSTOMO [Ps.]: Quando infatti Mosè trasse i figli di Israele fuori dall’Egitto, per origine certamente erano Israeliti, ma per costumi Egiziani. Per i costumi dei Gentili accadeva che il marito odiasse la moglie, e poiché non era permesso ripudiarla, era pronto a ucciderla o ad affliggerla continuamente. Per questo comando che fosse dato il libello di ripudio, non perché era un bene, ma perché era il rimedio a un male peggiore.

ILARIO: Ma il Signore, procurando l’equità per tutti, vuole che rimanga soprattutto la pace degli sposi, per cui aggiunge: Ma io vi dico che chiunque ripudierà la propria moglie…

AGOSTINO: Ciò che qui il Signore prescrive sul non ripudiare la moglie non è contrario a ciò che comanda la legge, come diceva Manicheo; infatti la legge non dice: chi vuole ripudi la moglie, alla qual cosa sarebbe contrario il non ripudiarla, ma certamente non voleva che la moglie fosse ripudiata dal marito; così gli pone un ostacolo che poteva contrastare uno spirito proclive alla separazione, soprattutto perché questo scritto richiesto non poteva partire che dagli scribi, che soli possedevano il privilegio di scrivere. Dato che questi uomini facevano professione di una saggezza più elevata, è a loro che la legge rinvia colui che voleva separarsi da sua moglie, esigendo da lui questa attestazione che essi soli potevano scrivere, poiché solo ad essi era permesso di scrivere in ebraico; e la legge lo rinviava ad essi affinché essi potessero ristabilire la concordia mediante il loro intervento pacificatore, e scrivessero l’atto di divorzio solo quando uno spirito troppo malvagio rendesse impossibile ogni riconciliazione. Così dunque né compì la legge primitiva aggiungendo qualcosa, né distrusse quella di Mosè opponendo ad essa una legge contraria, come diceva Manicheo; ma piuttosto consacrò tutto quanto era contenuto nella legge ebraica, in modo che tutto ciò che avrebbe detto egli stesso personalmente concorresse o a spiegarne le oscurità o a renderne più certe le prescrizioni.

AGOSTINO: Chi dunque poneva questo ostacolo al divorzio mostrò. per quanto poté, agli uomini duri che egli non voleva la separazione. Il Signore dunque, per confermare ciò, affinché la moglie non venisse facilmente ripudiata, fece eccezione solo per l’adulterio, dicendo: eccetto il caso dell’adulterio; tutte le altre pene, se ce ne fossero state, comanda di sopportarle con fortezza per la fedeltà coniugale.

CRISOSTOMO [Ps.]: Se infatti dobbiamo sopportare i difetti degli estranei, secondo le parole dell’Apostolo (Gal 6, 2): «Portate i pesi gli uni degli altri», quando più delle mogli? Il marito cristiano poi non solo non deve macchiare sé stesso, ma nemmeno deve dare agli altri l’occasione di corrompersi: altrimenti il loro peccato ridonda su di lui, che è divenuto la causa della loro mancanza. Chi dunque ripudiando la moglie le ha dato occasione di commettere degli adulteri, in modo che essa commetta adulteri con altri e altri con essa, è condannato a causa di questi adulteri; per questo dice che chiunque avrà ripudiato la propria moglie la fa divenire adultera.

AGOSTINO: Chiama poi adultero anche l’uomo che sposa la donna ripudiata dal marito, cioè con il libello di ripudio; e per questo aggiunge: e chi avrà sposato la ripudiata commette adulterio.

CRISOSTOMO: Non dire infatti che suo marito l’ha ripudiata, poiché anche dopo che è stata ripudiata rimane la moglie di chi l’ha ripudiata.

AGOSTINO: L’Apostolo poi mostra il termine di questo precetto, poiché dice che bisogna osservarlo finché vive suo marito. Quando questo è morto, dà la licenza di sposarsi. Se poi non è concesso a un altro di sposare la donna finché vive il marito da cui si è allontanata, molto meno è concesso commettere cose illecite con una donna qualsiasi. Questo precetto poi con cui il Signore vieta di ripudiare la moglie non è violato se uno vive con essa non carnalmente, ma spiritualmente, sebbene non la ripudi. Infatti sono più beati i matrimoni di coloro che per comune accordo osservano la continenza. Sorge però qui una domanda: dato che il Signore permette di ripudiare la moglie a motivo dell’adulterio, ci si chiede in che modo vada qui inteso l’adulterio: se cioè dobbiamo intendere per adulterio il fare cose vergognose, oppure intenderlo più in generale secondo l’uso della Scrittura che chiama adulterio qualsiasi illecita corruzione, come l’idolatria o l’avarizia, e ogni trasgressione della legge mediante un’illecita concupiscenza. Ma se è lecito, secondo l’Apostolo, ripudiare la moglie infedele, sebbene sia meglio non ripudiarla, e tuttavia non è lecito secondo il precetto del Signore ripudiare la moglie se non a motivo dell’adulterio, l’adulterio è anche la stessa infedeltà. Certamente, se l’infedeltà è adulterio, e l’idolatria è infedeltà, e l’avarizia idolatria, non c’è dubbio che anche l’avarizia è adulterio. Chi dunque potrebbe rettamente escludere dal genere dell’adulterio ogni illecita concupiscenza se l’avarizia è adulterio?

AGOSTINO: Non voglio però che il lettore possa pensare che in una materia tanto difficile questa nostra trattazione debba bastargli. Infatti non ogni peccato è fornicazione spirituale, né Dio condanna ogni peccatore, egli che esaudisce tutti i giorni queste parole: «Rimetti a noi i nostri debiti», sebbene castighi ogni peccatore che si rende colpevole di adulterio a suo riguardo. Se anche per questa sia lecito ripudiare la moglie, è una questione oscurissima; che però sia lecito per quella fornicazione che è commessa in cose vergognose, non fa problema.

AGOSTINO: Se infatti uno asserisce che il Signore ammette come unica causa dell’abbandono del coniuge quell’adulterio che si compie con un rapporto sessuale illecito, si può dire che il Signore lo ha affermato di entrambi i fedeli, in modo che a nessuno dei due sia lecito lasciare l’altro se non a motivo dell’adulterio.

AGOSTINO: Non soltanto si concede di ripudiare la moglie che commette adulterio, ma anche chiunque ripudia quella moglie dalla quale egli è costretto a fornicare, la ripudia in ogni caso a motivo della fornicazione, non solo di lei, ma anche della sua: di quella di lei, che commette adulterio; della sua, affinché egli non commetta fornicazione.

AGOSTINO: Allo stesso modo egli la ripudia in modo rettissimo se ella dice a suo marito: non sarò tua moglie se tu non ammassi ricchezze con le rapine, oppure se richiederà al marito qualsiasi altra cosa scellerata o delittuosa. Allora infatti colui a cui la moglie dice questo, se è veramente penitente, amputerà il membro che lo scandalizza.

AGOSTINO: Però non vi è nulla di più iniquo che ripudiare la moglie a motivo dell’adulterio se anche il marito è convinto di adulterio; obiettano infatti le parole di Paolo (Rm 2, 1): «Tu che giudichi il tuo prossimo, condanni te stesso». Riguardo poi alle parole e chi avrà sposato la ripudiata commette adulterio, ci si può chiedere se, come commette adulterio chi la sposa, così anche colei che viene sposata: l’Apostolo infatti comanda che essa rimanga non sposata, oppure si riconcili col marito. Tuttavia, se si è allontanata dal marito, c’è molta differenza fra il ripudiare e l’essere ripudiati: se infatti essa stessa ha ripudiato il marito, e ha sposato un altro, sembra che abbia lasciato il marito precedente per il desiderio di cambiare matrimonio, il che è un pensiero adulterino; ma se è ripudiata dal marito non si vede in che modo, se l’uomo e la donna si uniscono con mutuo consenso, uno di loro sia adultero e l’altro no. A ciò si aggiunge che, se l’uomo commette adulterio sposando colei che era stata ripudiata dal marito, ella fa sì che egli commetta adulterio, cosa che qui il Signore proibisce.

VERSETTI 33-37

Avete anche udito che fu detto agli antichi: «Non spergiurerai, ma renderai al Signore i tuoi giuramenti». Ma io vi dico di non giurare affatto, né per il cielo, poiché è il trono di Dio, né per la terra, poiché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, poiché è la città del gran re; non giurerai nemmeno per la tua testa, poiché non puoi rendere un solo capello bianco o nero. Sia invece il vostro parlare: sì, sì; no, no; ciò che è di più è dal male.

GLOSSA: Prima il Signore aveva insegnato che non bisogna recare ingiuria al prossimo, proibendo l’ira con l’omicidio, la concupiscenza con l’adulterio e il ripudio della moglie con il libello di ripudio; ora conseguentemente insegna che bisogna astenersi dall’ingiuria contro Dio, quando proibisce non solo lo spergiuro in quanto cattivo, ma anche il giuramento in quanto occasione di male; per cui dice: Avete anche udito che fu detto agli antichi: Non spergiurerai. Si dice infatti nel Levitico (19, 12): «Non spergiurerai nel mio nome»; e affinché le creature non si facessero dèi loro stesse, comanda di rendere i giuramenti a Dio, e a non giurare per le creature; per cui si aggiunge: ma renderai al Signore i tuoi giuramenti; cioè, se capitasse di giurare, giurerai per il creatore, non per la creatura; per cui si dice nel Deuteronomio (6, 13): «Temerai il Signore Dio tuo e giurerai per il suo nome».

GIROLAMO: Ciò però era stato concesso per legge come a dei bambini, affinché come immolavano vittime a Dio per non immolare agli idoli, così veniva loro permesso di giurare per Dio non perché ciò fosse un bene, ma perché era meglio fare questa offerta a Dio piuttosto che ai demoni.

CRISOSTOMO [Ps.]: Nessuno infatti giura frequentemente senza spergiurare ogni tanto; così, chi ha preso l’abitudine di dire molte cose, talvolta dice delle cose inopportune.

AGOSTINO: Poiché in realtà spergiurare è un grave peccato, e d’altra parte è molto più lontano dallo spergiuro chi non è solito giurare piuttosto che chi è incline a giurare il vero, il Signore ha preferito che noi non ci allontanassimo dal vero non giurando piuttosto che giurando il vero ci avvicinassimo allo spergiuro; per cui aggiunge: Ma io vi dico: Non giurate affatto.

AGOSTINO: Con ciò conferma la giustizia dei Farisei, che è quella di non spergiurare: infatti non può spergiurare chi non giura. Ma poiché giura colui che prende Dio in testimonio, ci resta da spiegare come l’Apostolo non abbia agito contro il precetto del Signore quando spesso ha giurato in questo modo, dicendo (Gal 1, 20): «in ciò che vi scrivo io attesto davanti a Dio che non mentisco»; e ancora (Rm 1, 9): «Mi è testimone Dio, a cui servo nel mio spirito». A meno che forse uno non dica che non è proibito se non il giuramento per cui si mette avanti un essere per cui si giura, e che l’espressione: «Dio mi è testimone» non è un giuramento, ma che si sarebbe dovuto dire: «per Dio». Ma pensare cosi sarebbe ridicolo. D’altronde bisogna sapere che l’Apostolo ha così giurato in questo passo: «Per la vostra gloria! Io muoio tutti i giorni, fratelli miei» (1 Cor 15, 31), come risulta dal testo greco. Bisogna prendere le parole «Per la vostra gloria» non nel senso: «La vostra gloria mi fa morire ogni giorno», ma nel senso di un giuramento.

AGOSTINO: Ma non essendo noi capaci spesso di intendere le parole, la vita dei santi ci dirige nel modo in cui dobbiamo intendere quanto per noi è oscuro, e che potrebbe spesso essere frainteso se non fossimo richiamati alla verità dai loro esempi. L’Apostolo, giurando nelle sue lettere, ci ha spiegato come bisognava intendere le parole: Ma io vi dico di non giurare affatto, cioè che non bisogna giurare per non prenderne l’abitudine, e cadere con ciò nello spergiuro. Per questo non lo si trova giurare se non nelle sue lettere, dove la scrittura, più prudente, vince sull’impetuosità della lingua. Tuttavia il Signore ha detto di non giurare in alcun modo, e non ha fatto eccezione in favore di chi scrive; ma poiché sarebbe un crimine accusare Paolo della violazione di un precetto, soprattutto nelle sue lettere, scritte per salvare i popoli, bisogna comprendere che la parola affatto indica: se ti sarà possibile, senza passione, e badando di non lasciarti andare al piacere di giurare per una certa apparenza di bene.

AGOSTINO: Negli scritti, in cui c’è maggiore ponderazione, si trova che spesso l’Apostolo ha giurato affinché uno non pensasse che si pecca anche giurando il vero, ma piuttosto intendesse che ciò è per una difesa portata alla nostra fragilità, per preservarci più sicuramente dallo spergiuro.

GIROLAMO: Infine considera che qui il Salvatore non ha proibito di giurare per Dio, ma per il cielo, per la terra e per Gerusalemme e per la tua testa: infatti i Giudei ebbero sempre questa pessima abitudine di giurare per gli elementi. Chi giura, o venera, o cura ciò per cui giura; ora, i Giudei, giurando per gli Angeli e per la città di Gerusalemme e per il tempio e per gli elementi, veneravano le creature con l’onore di Dio, mentre nella legge era prescritto di non giurare se non per il Signore Dio nostro.

AGOSTINO: Oppure è stato aggiunto né per il cielo perché i Giudei non si ritenevano tenuti al giuramento se giuravano per queste cose; come se dicesse: quando giuri per il cielo e per la terra, non pensare di non dovere al Signore il tuo giuramento, poiché ti è dimostrato che giuri per colui il cui trono è il cielo e lo sgabello la terra; il che non è detto nel senso che Dio abbia delle membra collocate in cielo e in terra, come noi quando sediamo, ma quella sede di Dio indica il giudizio. E poiché il cielo è la parte più bella di questo universo corporeo, si dice che Dio siede in cielo in quanto ci è mostrato più presente a causa di questa bellezza superiore, e si dice che calca la terra sotto i piedi a causa di questa bellezza minore, quale è quella delle realtà inferiori. In senso spirituale poi il cielo significa le anime sante e la terra i peccatori, poiché (1 Cor 2, 15) «chi è spirituale giudica ogni cosa», mentre al peccatore è detto (Gen 3, 19): «Sei terra e in terra ritornerai». E chi ha voluto rimanere nella legge viene posto sotto la legge; per questo giustamente dice: lo sgabello dei suoi piedi. Segue: né per Gerusalemme, poiché è la città del gran re, il che e detto meglio che se dicesse «mia», sebbene si intenda che lo ha detto E poiché in ogni caso egli è il Signore, deve il giuramento al Signore chi giura per Gerusalemme. Segue: non giurerai nemmeno per la tua testa. Che cosa infatti uno può ritenere più suo della testa? Ma in che modo è nostro ciò di cui non possiamo rendere bianco o nero un solo capello? Per cui si dice: poiché non puoi rendere bianco o nero un solo capello. Quindi deve il suo giuramento a Dio anche chi ha voluto giurare per la sua testa. E in base a ciò si intendono anche le altre cose.

CRISOSTOMO: Notate che egli esalta gli elementi del mondo non per la loro natura, ma per il rapporto che hanno con Dio, affinché non si dia occasione all’idolatria.

RABANO: Chi poi ha proibito di giurare ha insegnato in che modo bisogna parlare, aggiungendo: Sia invece il vostro parlare: sì, sì; no, no; ossia ciò che è basta dire che è, e ciò che non è basta dire che non è. e così tutto in essi, parola e azione, è nella verità. Oppure è detto due volte sì, sì; no, no affinché tu abbia a provare con le opere ciò che dici con le parole, e ciò che neghi con le parole non lo confermi con i fatti.

ILARIO: oppure diversamente: Non c’è bisogno di giuramento per coloro che vivono nella semplicità della fede, poiché con essi sempre ciò che è è e ciò che non è non è; e così tutto in essi, parola e azione, è nella verità.

GIROLAMO: La verità evangelica dunque non ha bisogno di giuramento, poiché ogni discorso del credente vale come un giuramento.

AGOSTINO: Quindi chi intende che bisogna giurare non nelle cose buone, ma in quelle necessarie, si freni per quanto può in modo da giurare solo per necessità, quando vede che gli uomini indugiano a credere ciò che è utile credere, se non è confermato con un giuramento. Dunque è buono e desiderabile ciò che qui è detto: Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no; ciò che è di più è dal male, cioè, se sei costretto a giurare, sappi che ciò viene dalla debolezza di coloro che vuoi persuadere; e questa debolezza è un male. Pertanto non ha detto: ciò che è di più è un male; tu infatti non fai male a usare bene del giuramento, per persuadere utilmente gli altri, ma è dal male di colui per la cui debolezza sei costretto a giurare.

CRISOSTOMO: Oppure, è dal male, cioè dalla debolezza di coloro ai quali la legge permise di giurare. Così infatti Cristo non mostra che l’antica legge è del diavolo, ma dall’antica imperfezione conduce a un’abbondante novità.

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