QUINTA DOMENICA DI PASQUA – ANNO A
3 Maggio 2026 / by Padre Angelico / Commenti al vangelo / fede, gesu, il-ritorno-di-gesù, le-due-venute-di-gesù, padre, padre-angelico-maria-moccia, padri-della-chiesa, tommaso, via, vita
VANGELO COMMENTATO DAI PADRI
QUINTA DOMENICA DI PASQUA – ANNO A
Vangelo di Giovanni 14,1-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto.
Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre; fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? L parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere.
Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre».
VERSETTI 1-4
Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto. Se andrò e vi preparerò un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado voi conoscete la via.
AGOSTINO: Perché i suoi discepoli non temessero in quanto uomini la morte di Cristo e perciò fossero turbati, Gesù li consola affermando di essere Dio; perciò si dice: Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Come se dicesse: è logico che se credete in Dio voi dobbiate credere anche in me; il che non sarebbe logico se Cristo non fosse Dio. Voi avete timore per questa forma di servo; ma il vostro cuore non sia turbato: la sua forma di Dio la risusciterà.
CRISOSTOMO: La fede che riponete in me e nel Padre che mi ha generato è più forte delle cose che sopraggiungeranno, e prevarrà contro ogni difficoltà. In questo modo egli mostra la potenza della divinità, poiché mette in luce quanto avevano in mente dicendo: Non sia turbato il vostro cuore.
AGOSTINO: E poiché i discepoli erano timorosi per se stessi, poiché a Pietro, che era il più fiducioso e più zelante tra di loro, era stato detto: «Il gallo non canterà prima che tu mi abbia rinnegato tre volte», soggiunge: Nella casa del Padre mio ci sono molti posti; con ciò confortandoli dal loro turbamento, in quanto erano certi e fiduciosi che anche dopo le prove delle tentazioni sarebbero rimasti presso Dio assieme a Cristo; poiché, sebbene uno sia più forte, più sapiente, più giusto e più santo di un altro, nessuno sarà allontanato da quella casa dove ognuno avrà, secondo il merito, il proprio posto. Indubbiamente infatti il danaro che il padrone fece pagare agli operai che avevano lavorato nella vigna era uguale per tutti; e con questo danaro viene indicata la vita eterna, dove nessuno vive più di un altro, poiché la misura del vivere nell’eternità non è diversa; ma i molti posti indicano i diversi gradi di dignità di quella vita che corrispondono ai meriti di ciascuno.
GREGORIO: Oppure i molti posti concordano con lo stesso danaro perché, sebbene uno possa essere più felice di un altro, tuttavia tutti godono con la stessa gioia, che nasce dalla visione del loro Creatore.
AGOSTINO: Inoltre Dio sarà tutto in tutti, sicché, poiché Dio è carità, avverrà che mediante la carità ciò che possiede il singolo sarà comune a tutti. Ciò che uno ama in un altro diviene cosa sua anche se non la possiede. Né la disuguaglianza di splendore farà sorgere alcuna invidia, poiché regnerà in tutti l’unità della carità.
GREGORIO: Nè avvertiranno il danno della disuguaglianza, poiché ciascuno percepisce ciò che gli basta.
AGOSTINO: Ma devono essere respinti dal cuore dei cristiani coloro che, dal fatto che ci sono molti posti, traggono la conclusione che c’è un posto fuori del regno dei cieli in cui possono essere felici i beati innocenti che hanno lasciato questa vita senza il battesimo, per cui non sono potuti entrare nel regno dei cieli. Ma lungi da noi il pensiero che, sebbene tutte le case dei figli regnanti non si trovano che nel regno, tuttavia qualche parte della casa reale non si trovi nel regno; infatti il Signore non dice: nella beatitudine eterna ci sono molti posti; ma nella casa del Padre mio.
CRISOSTOMO: Oppure diversamente: dopo che in precedenza il Signore aveva detto a Pietro (13,36): «Dove vado io non puoi seguirmi per ora, mi seguirai più tardi», affinché non pensassero che questa promessa era stata fatta soltanto a Pietro, dice: Nella casa del Padre mio ci sono molti posti; cioè: voi sarete accolti nella stessa regione assieme a Pietro; infatti lì c’è una grande abbondanza di posti, e non occorre pensare che ci sia bisogno di preparazione; per cui soggiunge: Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto.
AGOSTINO: Qui mostra chiaramente che l’aveva loro detto poiché là ci sono già molti posti, e non c’è bisogno di prepararne altri.
CRISOSTOMO: Poiché aveva detto (13,36): «Non puoi seguirmi per ora», perché non pensassero che sarebbero stati separati da lui fino alla fine, soggiunge: Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. Con ciò mostra che essi devono avere una grande fiducia in lui.
TEOFILATTO: Come se dicesse entrambe le cose. Voi non dovete turbarvi, sia che siano già pronti sia che non lo siano. Infatti, se i posti non sono ancora pronti, io ve li preparerò con la massima sollecitudine.
AGOSTINO: Ma in che modo va e prepara un luogo se ci sono già molti posti? Perché questi non sono ancora preparati come dovrebbero. Gli stessi posti che aveva preparato con la predestinazione, li prepara con l’operazione. In riferimento alla predestinazione essi sono già pronti; se non lo fossero, avrebbe detto: andrò e preparerò, ossia predestinerò, un posto per voi; ma poiché essi non sono ancora pronti solo in riferimento all’operazione, egli dice: Io vado a prepararvi un posto. E ora prepara posti preparando gli occupanti. Senza dubbio, quando dice: Nella casa del Padre mio vi sono molti posti, che cosa pensiamo che sia la casa di Dio se non il tempio di Dio? Di esso l’Apostolo dice (1 Cor 3,17): «Poiché il tempio di Dio è santo, quali anche voi siete». Pertanto questa casa di Dio è ancora in via di edificazione e di preparazione. Ma perché per preparare si allontana, se egli prepara noi stessi? Se ci lascia, in che modo ci prepara? Il significato è che, affinché i posti siano preparati, il giusto deve vivere di fede; e se tu vedi, non c’è fede. Lasciamolo andar via perché non sia visto: che sia nascosto affinché sia creduto. Infatti viene preparato il posto se si vive di fede: che la fede desideri, affinché ciò che viene desiderato sia posseduto. Se capisci giustamente, egli non lascia mai il posto da dove viene o il posto dove va. Egli va quando si allontana dalla vista, viene quando compare. Ma se non resta al comando sicché noi possiamo progredire vivendo bene, non verrà preparato il posto in cui noi possiamo restare a godere.
ALCUINO: Perciò dice: Se andrò, con l’assenza della carne, ritornerò di nuovo con la presenza della divinità. Oppure: io verrò per giudicare i vivi e i morti. E poiché sapeva che l’avrebbero interrogato circa il posto dove si sarebbe recato, o per quale via sarebbe andato, soggiunge: E del luogo dove io vado, cioè dal Padre, voi conoscete la via, ossia attraverso me stesso.
CRISOSTOMO: Ora, dicendo questo egli mostra il desiderio che c’era nella loro mente, e suscita quello di interrogarlo.
VERSETTI 5-7
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io Sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me conoscete anche il Padre; fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
CRISOSTOMO: Se i Giudei che volevano separarsi da Cristo gli domandavano dove andava, a maggior ragione i discepoli, che non volevano separarsi mai da lui, erano ansiosi di essere informati, e lo interrogavano con grande amore e timore; per cui si dice: Gli disse Tommaso: Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?
AGOSTINO: Il Signore aveva detto loro che conoscevano entrambe le cose, mentre questi dice di ignorarle tutt’e due. Ma il Signore non mente; perciò essi sapevano, e non sapevano di sapere. Quindi li convince che lo sapevano. Per cui soggiunge: Gli dice Gesù: Io sono la via, la verità e la vita.
AGOSTINO: Come se dicesse: per dove vuoi andare, io sono la via; dove vuoi andare, io sono la verità; dove vuoi rimanere, io sono la vita. Ogni uomo afferra la verità e la vita, ma non tutti trovano la via. Anche i filosofi di questo mondo hanno visto che Dio è la vita eterna e la verità conoscibile. Il Verbo di Dio, che presso il Padre è la verità e la vita, assumendo l’uomo, è diventato la via. Cammina per mezzo dell’uomo e arriverai fino a Dio. E meglio zoppicare lungo la via che camminare velocemente fuori strada.
ILARIO: Infatti colui che è la via non vi conduce per una via sbagliata o impercorribile; né chi è la verità vi inganna con l’errore; né chi è la vita vi abbandona nelle tenebre della morte.
TEOFILATTO: Quando eserciti la vita attiva, il Cristo diviene per te la via; quando perseveri nella vita contemplativa, diviene per te la verità. E per l’attivo e il contemplativo è una vita congiunta: infatti noi dovremmo operare e contemplare con riferimento al mondo che verrà.
AGOSTINO: Perciò conoscevano la via, poiché conoscevano colui che è la via. Ma che bisogno c’era di aggiungere: la verità e la vita, mentre restava di sapere dove andare? Perché egli andava e conduceva alla verità e alla vita. Andava dunque a sé stesso attraverso sé stesso. Ma, o Signore, forse che hai lasciato te stesso per venire da noi? So che hai preso la forma di servo e sei venuto nella carne restando dov’eri, e attraverso questa hai fatto ritorno senza abbandonare il luogo da cui eri venuto. Perciò, se attraverso di essa sei venuto e hai fatto ritorno, attraverso di essa sei diventato la via attraverso la quale non solo noi veniamo a te, ma anche tu vieni e fai ritorno a te. Ma quando giungesti alla vita che sei tu stesso, conducesti la tua stessa carne dalla morte alla vita. Così, mentre la carne passò dalla morte alla vita, Cristo venne alla vita. E poiché il Verbo è la vita, Cristo venne a sé stesso; poiché Cristo è tutt’e due le cose in una sola persona, il Verbo-carne. Attraverso la carne Dio è venuto agli uomini, la verità ai bugiardi; infatti Dio è verace, mentre “ogni uomo è menzognero”. Così, quando egli si allontanò dagli uomini e sollevò la sua carne là dove nessuno mente, Cristo stesso, per il fatto che è il Verbo di Dio fatto carne (1,14), attraverso sé stesso, ossia attraverso la sua carne, fece ritorno alla verità che è egli stesso; e conservò questa verità, sebbene tra i bugiardi, fino alla morte. Ecco, io stesso, se vi faccio comprendere ciò che vi dico, in un certo senso vengo a voi, sebbene non abbandoni me stesso. E quando smetto di parlare, faccio ritorno a me stesso ma rimango con voi, se ricordate ciò che vi ho detto. Se l’immagine che Dio ha creato può fare ciò, quanto più può farlo l’Immagine che Dio ha generato? E così va attraverso sé stesso, a sé stesso e al Padre, e noi andiamo attraverso lui se stesso, a lui stesso e al Padre.
CRISOSTOMO: Infatti, se dice: io sono il Signore che vi conduco al Padre, indubbiamente arriverete a lui: infatti non è possibile andarci per un’altra via. Ma mentre in precedenza (6,44) aveva detto: «Nessuno può venire a me se non vi è attratto dal Padre che mi ha inviato», ora, dicendo che nessuno viene al Padre se non per mezzo di me, si rende eguale a chi lo ha generato. E in che senso aveva detto (v. 4): «del luogo dove io vado voi conoscete la via», lo mostra aggiungendo: Se conoscete me, conoscerete anche il Padre, come se dicesse: se conosceste la mia sostanza e dignità, conoscereste anche quella del Padre. Infatti lo conoscevano, ma non come era necessario; però più tardi, quando verrà lo Spirito, egli edificherà in loro una conoscenza perfetta; per cui soggiunge: Fin da ora lo conoscete, riferendosi alla conoscenza spirituale, e lo avete veduto, cioè per mezzo di me; mostrando che chi vede lui vede il Padre. Ora, videro lui non nella sua pura sostanza, ma nella carne di cui era rivestito.
BEDA: Ma bisogna chiedersi in che modo il Signore ora dica: Se conoscete me, conoscerete anche il Padre, quando in precedenza aveva detto: del luogo dove io vado voi conoscete la via (v. 4). Perciò si lascia intendere che alcuni di loro conoscevano e altri non conoscevano la via, tra i quali c’era Tommaso.
ILARIO: Oppure diversamente. Siccome la via al Padre è per mezzo del Figlio, bisogna domandarsi se ciò avviene attraverso il suo insegnamento oppure mediante la fede nella sua natura. Cerchiamo di comprenderlo dalle cose seguenti; infatti continua: Se conoscete me, conoscerete anche il Padre. Infatti nel mistero del corpo assunto che conferma la natura della divinità paterna ha conservato l’ordine seguente: ha distinto il tempo della visione dal tempo della cognizione; infatti colui che dice che dev’essere conosciuto, aveva già detto che era anche visto: sicché essi possano da questa rivelazione avere la conoscenza della divina natura che avevano già vista in lui.
VERSETTI 8-12a
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto anche il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me, ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro credetelo per le opere stesse.
ILARIO: La novità delle parole di Gesù commuove l’apostolo Filippo. Si vede un uomo il quale confessa di essere il Figlio di Dio; egli dichiara che, se fosse conosciuto, verrebbe conosciuto il Padre, e se si vede lui si vede il Padre. Scoppia dunque la familiarità dell’Apostolo che interroga il Signore; perciò si dice: Gli disse Filippo: Signore, mostraci il Padre e ci basta. Egli non nega che possa essere visto, ma gli domanda che gli venga mostrato; né desidera di vederlo con i suoi occhi corporei, ma che si renda manifesto al suo intelletto colui che ha già veduto. Egli ha già visto il Figlio nella forma di uomo; ma in che modo attraverso quella forma egli veda il Padre, non lo sa: infatti egli vuole che quella manifestazione sia più una dimostrazione dell’intendere che del vedere; allora sarà soddisfatto: E ci basta.
AGOSTINO: Infatti quella letizia con cui ci ricolmerà con il suo volto, non richiede altro. Questo l’aveva compreso bene Filippo, per cui dice: Signore, mostraci il Padre e ci basta. Ma non l’aveva compreso in modo tale da poter dire: Signore, mostra te stesso e ci basta. Infatti perché comprendesse questo, gli venne data una risposta dal Signore; pertanto continua: Gli rispose Gesù: Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto, Filippo?
AGOSTINO: Ma in che modo dice questo, sebbene essi sapessero dove andava e conoscessero anche la via, dato che lo conoscevano? Ma la questione viene risolta facilmente se diciamo che alcuni lo conoscevano e altri non lo conoscevano, tra i quali c’era Filippo.
ILARIO: Perciò egli rimprovera l’Apostolo riguardo a ciò. Infatti, mentre le sue azioni erano state strettamente divine, come il camminare sulle acque, il comandare ai venti, il rimettere i peccati, il restituire la vita ai morti, egli lamenta che nell’umanità assunta non fosse stata intesa la natura divina. Perciò a chi gli chiede di mostragli il Padre dice: Chi ha visto me ha visto il Padre.
AGOSTINO: Di cose molto simili siamo soliti parlare così: Hai visto quello? Hai visto questo. Perciò si dice: Chi ha visto me ha visto il Padre. Non che egli stesso sia Padre e Figlio, ma perché il Figlio non si differenzia dal Padre in nessun aspetto.
ILARIO: Con ciò egli non indica la vista degli occhi carnali; infatti ciò che è carnale nella sua nascita dalla Vergine non aiuta a contemplare in lui la forma e l’immagine di Dio. Ma poiché il Figlio di Dio è conosciuto con l’intelletto, ne segue che anche il Padre è conosciuto per il fatto che egli è l’immagine di Dio, non essendo differente ma esprimendo il suo autore. Infatti le parole del Signore non indicano una persona solitaria e senza relazioni, ma ci insegnano quale è la sua natura: infatti, quando dice: e il Padre, viene esclusa la supposizione di una persona singola e solitaria; e che cosa rimane se non che il Padre viene visto nel Figlio mediante la somiglianza incomunicabile della nascita?
AGOSTINO: Ma dev’essere rimproverato chi, vedendo il simile, vuole vedere colui al quale è simile? In realtà il Signore rimproverava il discepolo perché conosceva il pensiero di chi lo interrogava. Infatti Filippo desiderava conoscere il Padre pensando che i Padre fosse superiore al Figlio, Quindi, per correggere questa opinione, viene detto: Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Come se dicesse: se conta molto per te vedere questo, almeno credi ciò che non vedi.
ILARIO: Infatti che scusa esisteva dell’ignoranza del Padre o quale necessità di mostrarlo, quando il Padre era veduto nel Figlio per mezzo della sua natura essenziale, mentre, mediante l’identità dell’unità, il Generato e il Generante sono una cosa sola, così che il discorso del Signore continua: Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
AGOSTINO: Infatti egli voleva che il discepolo vivesse di fede, prima che potesse vedere, Perciò dice: Non credi? Infatti la contemplazione è la ricompensa della fede, e mediante la ricompensa della fede i cuori sono purificati.
ILARIO: Il Padre si trova nel Figlio e il Figlio nel Padre non mediante la congiunzione duplice di generi concordanti; né mediante una natura innestata in una sostanza più capace, come nei corpi materiali, nei quali è impossibile che ciò che è dentro sia reso esterno rispetto al contenente; ma per la nascita di una natura vivente da un vivente, mentre da Dio non nasce alcunché di diverso da Dio.
ILARIO: L’immutabile Dio segue, per così dire, la sua natura, generando l’immutabile Dio. Né la natività perfetta dell’immutabile Dio abbandona la sua natura di Dio immutabile. Perciò intendiamo in lui la sussistente natura di Dio, poiché Dio è in Dio; né all’infuori di lui, che è Dio, esiste alcun altro Dio.
CRISOSTOMO: Oppure, in modo completamente diverso. Qui Filippo voleva vedere il Padre con gli occhi corporali, poiché pensava di conoscere in questo modo il Figlio stesso, forse perché udiva dal Profeta: «o ho visto il Signore» (Is, 1,6); perciò dice: Mostraci il Padre. Infatti i Giudei domandavano: Chi è tuo padre?, e Pietro e Tommaso domandavano dov’era diretto, e nessuno intese chiaramente. Perciò Filippo, per non sembrare petulante, dopo aver detto: Mostraci il Padre, soggiunge: e ci basta, cioè non domanderemo nulla di più. Ma il Signore non disse a Filippo: tu chiedi l’impossibile, bensì gli mostra che egli non vede neppure il Figlio: infatti, se potesse vederlo, potrebbe vedere anche il Padre; perciò dice: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Non dice: non mi avete visto ma non mi avete conosciuto, cioè non hanno conosciuto che il Figlio, essendo la stessa cosa del Padre, mostra propriamente chi è il Padre. Quindi, dividendo le persone, dice: Chi ha visto me ha visto anche il Padre: affinché qualcuno non abbia a dire che il Padre è lo stesso Figlio. Ora, in questo modo mostra che con l’occhio corporale egli non vede neppure il Figlio. Se pero qualcuno vuole chiamare la vista conoscenza, non lo contraddico; come se dicesse: chi conosce me conosce anche il Padre. Ma non dice questo, bensì, volendo rappresentare la loro consostanzialità, dice: chi vede la mia sostanza, vede anche la sostanza del Padre. Dal che risulta che non è una creatura; infatti, vedendo la creatura, tutti ignorano Dio; ma Filippo chiedeva di vedere la sostanza del Padre. Perciò, se si trattasse di un’altra sostanza, non direbbe: Chi ha visto me ha visto anche il Padre. Infatti uno non può vedere nell’argento la sostanza dell’oro, poiché una natura non è visibile attraverso un’altra.
AGOSTINO: Poi non parla solo a Filippo, ma si rivolge a tutti al plurale dicendo: Le parole che io vi dico, non le dico da me. Che significa: Non le dico da me, se non che attribuisce ciò che egli fa a colui dal quale egli stesso che opera, è?
ILARIO: Pertanto non nega di essere il Figlio, né nasconde l’esistenza della potenza del Padre che è in sé. Infatti mentre parla, parla rimanendo nella sostanza; ma in quanto non parla da sé stesso, attesta la propria natività: che cioè egli è Dio da Dio.
CRISOSTOMO: Considera la sovrabbondante dimostrazione dell’unica sostanza; infatti soggiunge: Il Padre che è in me compie le sue opere; come se dicesse: il Padre non fa una cosa e io un’altra; come dice altrove (10,37): «Se non faccio le opere del Padre mio, non credete in me»; ma in che modo cominciando dalle parole si giunge alle opere? Infatti era conveniente dire: esprime delle parole, ma pone due cose: la dottrina e i miracoli; oppure perché le stesse parole erano fatti.
AGOSTINO: Infatti chi edifica il suo prossimo parlando compie un’opera buona. Queste due sentenze sono portate contro di noi da due diverse sette di eretici: gli Ariani, i quali affermano che il Figlio è disuguale al Padre, perché non parla da sé stesso; i Sabelliani, i quali sostengono che il Padre è il Figlio. Ma che cosa significa: Il Padre che è in me compie le sue opere, se non che io che resto in me stesso compio queste opere?
ILARIO: Il fatto che il Padre dimori nel Figlio dimostra che egli non è né singolo né solo; ma che il Padre operi mediante il Figlio dimostra che non è né estraneo né diverso. Come non è così solo da non parlare da sé stesso, così non è neppure così estraneo e diverso da parlare da sé stesso. E poiché aveva insegnato che il Padre parla e opera in lui, ha stabilito perfettamente la fede in questa unità dicendo: Credetemi: Io sono nel Padre e il Padre è in me, ossia non per l’efficienza della virtù, ma per la proprietà della natura, che dipende dalla nascita, si deve credere che il Padre opera e parla nel Figlio; così riporta il testo greco. Mentre il nostro testo ha: Non credete che io sono nel Padre e il Padre è in me?
AGOSTINO: In precedenza veniva rimproverato soltanto Filippo.
CRISOSTOMO: Ma se ciò non basta a provare la loro consostanzialità, imparatelo almeno dalle opere; perciò prosegue: Se non altro credetelo per le opere stesse. Avete visto i miracoli operati con autorità e tutte le cose che sono proprie della divinità, e che opera solamente il Padre: l’assoluzione dei peccati, l’allontanamento della morte e simili.
AGOSTINO: Perciò credete grazie alle opere che io sono nel Padre e il Padre è in me. Infatti, se fossimo separati, non potremmo in alcun modo operare inseparabilmente.
VERSETTI 12b-14
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me compirà le opere che io compio, e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
CRISOSTOMO: Poiché il Signore aveva detto (v. 11): «Credetelo per le opere stesse», mostrando che egli non può fare soltanto questo, ma anche cose molto più grandi, e, ciò che è più mirabile, può concedere anche ad altri il potere di compiere miracoli, soggiunge: In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me compirà le opere che io compio, e ne farà di più grandi.
AGOSTINO: Ma quali sono queste cose più grandi? Forse perché gli ammalati, al loro semplice passaggio, venivano guariti anche dalla sola ombra? Infatti è una cosa più grande guarire con l’ombra che non con l’orlo della veste. Pertanto, quando diceva queste cose, egli si riferiva alle sue parole. Infatti, quando dice (v. 10): Il Padre che è in me compie le sue opere, a che cosa si riferiva se non ai fatti e alle opere delle sue parole? E il frutto di queste parole era la loro fede. Tuttavia con l’evangelizzazione dei suoi discepoli non solo quei pochi che essi erano, ma anche le genti credettero. Forse che quel giovane ricco alla sua voce non si è allontanato con tristezza? E tuttavia, più tardi, ciò che dietro alla sua esortazione uno solo non ha operato, lo hanno fatto molti, quando parlava per mezzo dei discepoli. Certamente fece cose più grandi predicando ai credenti, che parlando agli ascoltatori. Tuttavia ci colpisce il fatto che egli compì queste opere più grandi per mezzo dei suoi Apostoli; include poi anche altri oltre a loro, quando dice: Chi crede in me. Forse che tra i credenti in Cristo non vanno annoverati anche coloro che non hanno compiuto opere più grandi di Cristo? Se non viene inteso correttamente, questo è un discorso difficile a capirsi. L’Apostolo dice (Rm 4,5): «A chi crede in colui che giustifica l’empio la fede è computata a giustizia». In quest’opera noi compiamo l’opera di Cristo poiché lo stesso credere in Cristo è un’opera di Cristo: questo egli opera in noi ma non senza di noi. Ascolta dunque: chi crede in me compirà le opere che io compio. Anzitutto le compio io, e poi anche lui, poiché io faccio sì che egli le compia. E quali opere se non che uno da empio divenga giusto? Il che avviene certamente in lui, ma Cristo non opera senza di lui. Indubbiamente dirò che questa è un’opera più grande che creare il cielo e la terra; infatti il cielo e la terra passeranno, mentre la salvezza e la giustificazione dei predestinati dureranno per sempre. Tuttavia gli Angeli nei cieli sono un’opera di Cristo; ora, chi opera con Cristo per la propria giustificazione, forse che compie un’opera più grande della loro creazione? Ciascuno giudichi quale sia l’opera più grande: creare un giusto o giustificare un empio? Certamente, se in entrambi i casi la potenza è uguale, nel secondo caso la misericordia è maggiore. Ma per intendere le opere di Cristo, là dove si dice: ne farà di più grandi di queste, non c’è alcuna necessità. Queste forse si riferisce alle opere che egli compiva in quel momento. Allora egli li istruiva nella fede. E indubbiamente è un’opera minore predicare la giustizia, che egli fece senza di noi, che giustificare l’empio, il che egli compie in noi in modo tale che anche noi cooperiamo. Il Signore poi promise ai suoi che pregavano una grande speranza, dicendo: perché io vado al Padre.
CRISOSTOMO: Cioè non verrò meno, ma resterò nella mia dignità, nei cieli. Oppure dice questo come se dicesse: ora spetta a voi fare altri miracoli; infatti io torno al Padre.
AGOSTINO: E affinché qualcuno non attribuisca il merito a sé stesso, mostra che persino quelle opere più grandi appartengono a lui, dicendo: Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome la farò. Chi aveva detto (v. 11): Lo farà, ora dice lo farò, come se dicesse: questo non vi risulti impossibile; infatti non può essere più grande di me chi crede in me, ma io opererò anche allora cose più grandi di quelle presenti, più grandi per mezzo di colui che crede in me che ora per mezzo di me; ma questa non è una deficienza, bensì una degnazione.
CRISOSTOMO: Dice poi: nel mio nome; poiché anche gli Apostoli dicevano (At 3,6): «In nome di Cristo Gesù, alzati e cammina». Tutti i miracoli che essi compivano li compiva egli stesso, e la mano del Signore era con loro.
TEOFILATTO: Egli ci spiega con i miracoli la sua dottrina; infatti con la preghiera e l’invocazione del suo nome uno può compiere prodigi.
AGOSTINO: Ma che cosa significa: Qualunque cosa chiederete, quando vedo che molti suoi fedeli chiedono e non ricevono? Forse accade questo: che domandano malamente. Infatti, nell’eventualità che uno faccia cattivo uso di ciò che riceve, per la misericordia di Dio è meglio che non lo riceva. Ma in che modo si deve allora intendere: Qualunque cosa chiederete nel nome mio la farò, se il Signore non compie per i fedeli alcune cose neppure consigliandoli? Forse dobbiamo intendere queste parole come riferite soltanto agli Apostoli? Dio non voglia: infatti in precedenza aveva detto (v. 12): Chi crede in me, compierà le opere che io compio. Poiché, se facciamo attenzione agli stessi Apostoli, troviamo che chi aveva pregato più degli altri pregò perché l’inviato del diavolo fosse allontanato da lui, ma la sua richiesta non fu esaudita. Ascolta però ciò che ivi è posto: nel mio nome, che è Cristo Gesù. Cristo significa re, Gesù salvatore. Perciò tutto quanto chiediamo contro l’utilità della salvezza, non lo chiediamo nel nome del Salvatore; e tuttavia egli è il Salvatore non solo quando compie ciò che gli chiediamo, ma anche quando non lo fa, poiché quando vede che una cosa viene richiesta contro la salvezza, si mostra Salvatore non concedendola. Infatti il medico conosce se ciò che l’ammalato chiede giovi o danneggi la sua salute; e quando chiede ciò che la danneggia, non fa la sua volontà, per ottenere la sua salute. Certamente alcune cose, sebbene noi le chiediamo in nome suo, egli non le fa nel momento in cui le domandiamo, però le fa; ciò che domandiamo viene differito, non negato. Subito dopo soggiunge: perché il Padre sia glorificato dal Figlio, se mi chiederete qualunque cosa nel mio nome io la farò. Perciò in nessun modo il Figlio opera senza il Padre, e tutte le volte che egli compie qualche cosa la fa per glorificare il Padre.
CRISOSTOMO: Allorché il Figlio mostra di compiere cose grandi, colui che l’ha generato viene glorificato. Perciò egli pone queste cose al secondo posto per dare certezza alle sue parole.
TEOFILATTO: Fa’ inoltre attenzione all’ordine della glorificazione del Padre. Nel nome di Gesù vennero compiuti i miracoli per cui credevano alle parole degli Apostoli; e così, mentre giungevano alla conoscenza del Padre, il Padre veniva glorificato nel Figlio.